Never mind the bee stings

L’odioso Tarantino

Posted in Proiezioni by matteobenni on 2 febbraio 2016

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Alla base del cinema di Quentin Tarantino, da sempre, c’è un cortocircuito: un meccanismo elementare, principale responsabile di quel fascino senza tempo e al tempo stesso morboso che aleggia attorno e dentro i suoi film.

Da un lato, Tarantino ama il cinema. Lo ama con la passione estrema del fanatico. Ama il grande cinema classico, quello dei film maestosi e imponenti, quello delle grandi epopee. E ama il cinema di genere, di tutti i generi, tra misconosciuti registi e pellicole di culto. Ama tutto questo, tantissimo. E come tutti i fanatici, vuole che anche il resto del mondo capisca la grandezza di ciò che ama. Per questo, nei suoi film, immancabilmente, Tarantino cita, omaggia, copia, strizza l’occhio, ricostruisce.

Dall’altro lato, Tarantino è un distruttore di mondi. Uno capace di costruire complicati castelli di carte per il solo piacere di vederli crollare. E la violenza e il sangue che sempre abbondano nei suoi film sono specchio fedele di questo suo approccio al cinema: iperbolico, eccessivo, irreale.

L’amore per l’arte e l’artigianato del cinema da una parte, il ghigno storto di un bambino che maneggia storie e personaggi come un piccola, sadica divinità dall’altra.

Dopo l’epico Kill Bill e il programmatico Death Proof, Tarantino ha abbandonato le ambientazioni contemporanee per gettarsi ancora più a fondo nel cinema di genere: film di guerra, con Inglourious Basterds, e western, con Django Unchained e l’ultimo The Hateful Eight. Ma non molto, in verità è cambiato. E quella doppia faccia, quel cortocircuito che rende i film di Tarantino al tempo stesso inimitabili e riconoscibilissimi è sempre rimasto. Tanto che lo stesso Tarantino ormai gioca apertamente con questo equilibrio, girando film il 70 millimetri e chiudendo otto cattivissimi dentro una piccola stanza.

Guardare un film di Quentin Tarantino senza voler stare alle regole di Quentin Tarantino è come giocare una partita di calcio e pretendere di correre in porta con il pallone in mano. Non solo non ha alcun senso, ma il gioco, giocato così, non è più divertente.

Per questo motivo, probabilmente, nonostante il culto, il successo e gli applausi, Tarantino non sarà mai considerato un vero e proprio “grande maestro del cinema”, ma resterà sempre una singolare parentesi, un mondo a parte. Indimenticabile e importantissimo, certo, ma separato dal resto.

È il prezzo da pagare per essere Quentin Tarantino. A lui, sono certo, non dispiace affatto. A me, dopo tre ore spassose e terribili in compagnia degli odiosi otto, nemmeno.

Montagne di mappe

Posted in Senza Categoria by matteobenni on 12 gennaio 2016

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Rilievi, isole e paesaggi montuosi creati utilizzando carte stradali e mappe topografiche. Le opere sono dell’artista cinese Ji Zhou, che si diverte anche a creare paesaggi urbani (palazzi, grattacieli) impilando libri uno sopra l’altro.

Immutabili

Posted in Effetti speciali, Parole, Solo canzonette by matteobenni on 11 gennaio 2016

Seu Jorge è un musicista brasiliano che nel 2004, nel film di Wes Anderson Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ha interpretato il ruolo di Pelé dos Santos: un marinaio che per tutta la durata della pellicola non fa che suonare e cantare, con solo voce e chitarra, canzoni di David Bowie tradotte in portoghese. Quelle canzoni sono la colonna sonora del film, e quel film ha una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi.

Parlare di David Bowie – oggi, ieri, domani – significa parlare di un intero universo: tanto è stato immenso il suo talento. Un universo musicale, di idee brillanti, intuizioni geniali, salti in avanti, riflessioni acute, scarti laterali, viaggi interstellari. Un universo, anche, personale. Nel senso di personaggio più che di persona. La sua è stata una maschera capace di mutare, di stravolgersi, di cambiare costantemente, e capace di piegare le mode e i tempi al suo volere. Un alieno venuto dallo spazio, un folle signore dei goblin, un illuminato scienziato costretto all’esilio.

Bowie ha fatto tutto questo, è stato tutto questo. Ma la cosa più sorprendente è un altra: Bowie è sempre rimasto soltanto Bowie. Inconfondibile nei suoi mille volti, inconfondibile nonostante i suoi mille volti.

Così, quando questa mattina presto la radio ha annunciato la triste notizia della sua morte, tra un’infinita scelta di canzoni straordinarie, mi è comparso davanti agli occhi Seu Jorge, vestito da Pelé dos Santos, seduto da qualche parte a bordo della Belafonte. La sua Changes è impregnata di quella malinconia svogliata che sembra poter esistere solo in terre portoghesi, ma che è semplicissimo fare propria in un istante.

Parlare di David Bowie – oggi, ieri, domani – significa parlare di un intero universo. Uno spazio vasto pieno di oggetti splendenti capaci, come Bowie, di mutare costantemente e rimanere costantemente immutati. Immutabili, che Bowie ci sia oppure no. E per farli propri basta solamente saperli afferrare.

L’eredità

Posted in Collegamenti, Verde by matteobenni on 8 gennaio 2016

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La generalizzata e persistente indifferenza dell’umanità nei confronti del cambiamento climatico (e del rispetto dell’ambiente in generale) è un elemento che ho sempre trovato molto affascinante, oltre che, come ovvio, deprimente e preoccupante. L’immagine, poco gentile ma azzeccatissima, che si può associare alla questione è quella classica dello sputare nel piatto in cui si mangia. Nonostante questo, però, il livello di preoccupazione continua a restare sorprendentemente basso: l’importante è continuare a mangiare, senza curarsi troppo di cosa nel frattempo è finito nel piatto.

Certo, qualche passo avanti negli ultimi anni è stato fatto, soprattutto verso una generale consapevolezza nell’opinione pubblica dell’esistenza del problema e della sua pericolosità. Ma sono risultati tutto sommato molto piccoli, soprattutto se confrontati all’enorme dispendio di risorse ed energie spese per raggiungerli. Il tema è ampio e complesso, si dice sempre in questi casi. E questa chiara banalità diventa per tanti, tantissimi, quasi tutti la scusa perfetta su cui adagiarsi comodamente. Altri ci penseranno per noi.

Come sia possibile proseguire in maniera tanto ostinata e al tempo stesso tranquilla lungo un percorso evidentemente autodistruttivo non è cosa semplice da spiegare. E ancora più difficile è provare a immaginare prospettive nuove da cui inquadrare il problema che possano motivare le persone ad azioni concrete verso una nuova direzione.

Gli ultimi in ordine di tempo ad affrontare il tema sono stati Ezra Markowitz e Lisa Zaval, due ricercatori della Columbia University che in un intervento pubblicato pochi giorni fa sul Washington Post propongono un punto di vista differente: invece di cercare di sensibilizzare il pubblico dicendo di pensare al futuro dei figli e dei nipoti o buttando in campo l’economia (sgravi fiscali, posti di lavoro), potrebbe essere più efficace parlare di eredità. Come vuoi essere ricordato? Che immagine vuoi lasciare di te?

L’idea, va detto, non è rivoluzionaria e, a quanto pare, lo studio su cui i due ricercatori basano la loro ipotesi non è esattamente a prova di bomba. Visto, però, che gli altri approcci sembrano non dare grandi risultati, perché non provare? Del resto, la vanità, l’orgoglio e il giudizio degli altri sono armi molto potenti, perfettamente in grado di modificare idee e comportamenti.

Niente più salviamo il pianeta, quindi, anche perché il pianeta non va da nessuna parte: siamo noi quelli in pericolo. E se il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti è troppo lontano perché ci venga in mente di trattarlo con cura, pensiamo a come la società dei nostri figli e dei nostri nipoti si ricorderà di noi: delle persone assennate e responsabili o dei terribili cretini?

Ogni adolescenza

Posted in Proiezioni by matteobenni on 6 gennaio 2016

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Principalmente, l’adolescenza è confusione. È il tempo in cui, finalmente, puoi dirti grande, ma al tempo stesso non vuoi crescere. Il mondo adulto è a portata di mano e hai una voglia matta di entrarci a capofitto, di farti sentire, di cambiare le cose, di mostrare a tutti chi sei. Il problema è che di tutte queste cose, ancora, non ne hai la più pallida idea.

In una scena centrale di Diary of a Teenage Girl, Minnie – la protagonista quindicenne interpretata con perfetta spaesatezza dalla brava Bel Powely – chiede a Monroe, compagno della madre di Minnie che con Minnie sta avendo una relazione clandestina, cosa pensa di lei e cosa intende fare per la loro situazione. Quando Monroe – un Alexander Skarsgård inetto, confuso, smagrito e baffuto – risponde con qualche frase sospesa e parole di circostanza, Minnie lo attacca spiegando che non ne vuole sapere di “messaggi in codice da persone adulte”: vuole la verità così com’è, senza veli e colori sfumati. Vuole chiarezza e, ovviamente, non l’avrà.

Marielle Heller, la regista, qui al suo debutto, racchiude con grazia in un film piccolo e imperfetto (in diversi passaggi la storia perde ritmo o gira a vuoto su se stessa) lo smarrimento, l’energia, le possibilità, la visione e i momenti di chiarezza che compongono il complesso paesaggio dell’adolescenza. E lo fa usando con intelligenza tre espedienti chiave. Il primo è la collocazione temporale: la storia si svolge alla fine degli anni ’70 chiudendo ogni possibile generalizzazione e inutile allarmismo sui sempre terribili “giovani d’oggi” (e guadagnando anche una colonna sonora fenomenale). Il secondo è l’uso di scene animate a rappresentare pensieri, sogni e incubi della protagonista: non certo una novità, soprattutto per il cinema indipendente, ma una pratica dosata qui con molta cura, giustificata dalla carriera di illustratrice/fumettista che Minnie è decisa ad avviare e ravvivata dall’aperta citazione del lavoro di Aline Kominsky, che a un certo punto diventa vera e propria co-protagonista (assente o quasi) del film. E poi c’è il sesso, il terzo espediente: il più dirompente e confusionario degli ingredienti adolescenziali, che qui diventa elemento chiave di guida attraverso un mondo caotico e senza punti di riferimento. Sia all’esterno, con la madre di Minnie – la sempre più brava Kristen Wiig – persa tra depressione e droghe, sia all’interno, nella testa piena di idee poco chiare di una ragazzina quindicenne piena di vita.

This Will Be

Posted in Senza Categoria by matteb83 on 2 gennaio 2016

Dispiace molto iniziare l’anno nuovo con una notizia tanto triste come la morte di Natalie Cole. Leggendo i tanti ricordi che sono pubblicati in questi giorni, vedo che di lei si ricorda soprattutto il disco Unforgettable… With Love, uscito nel 1991, in cui reinterpretava le canzoni del padre – il grandissimo Nat King Cole – che vendette circa 14 milioni di copie e vinse svariati Grammy.

A me piace invece ricordare il suo primo disco, che si chiama Inseparable e uscì nel 1975: un mix esaltante di jazz, soul, funk e R&B che riassumeva in sé il meglio della black music “classica” riuscendo a suonare al tempo stesso sorprendentemente moderno.

This Will Be (An Everlasting Love), il primo singolo estratto da quell’album, divenne un successo clamoroso e portò Natalie Cole alla fama. Oggi è una di quelle canzoni classiche e senza tempo, capaci di far svanire in attimo qualsiasi tristezza o malumore. Ideale, quindi, anche in questa occasione.

Snobbati e sconosciuti, perlopiù. I miei dischi del 2015

Posted in Nastroni, Solo canzonette by matteb83 on 30 dicembre 2015

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Mi piace molto leggere le classifiche dei dischi di fine anno: finisco sempre per trovare qualche album interessante, a volte persino formidabile, che mi era sfuggito. Per dire, ne ho recuperati un paio, molto belli, solo nella giornata di ieri.

E mi piace molto anche compilare la mia personale classifica, soprattutto perché ogni volta mi accorgo che fare il punto dei dischi che più mi hanno accompagnato negli ultimi dodici mesi non vuol dire altro che fare il punto di quello che ho fatto e che mi è successo negli ultimi dodici mesi. Le due cose, ancora oggi, viaggiano perfettamente in parallelo e riscoprire, anno dopo anno, il perdurare di questa connessione è in qualche modo prezioso e consolatorio al tempo stesso.

La classifica per questo 2015, me ne rendo perfettamente conto, è abbastanza bizzarra: manca tutta una serie di dischi acclamatissimi ed è piena in compenso di album snobbati e pochissimo considerati, se non del tutto ignorati (almeno per quel che mi è capitato di leggere in giro). Nonostante questo, individuare i miei venti dischi del 2015 è stato sorprendentemente semplice, questione di pochi minuti. Il che, di solito, è un buon segno.

La lista è qui sotto, e come di consueto c’è anche un nastrone che mette insieme una canzone per ognuno dei venti dischi presenti. Lo si ascolta comodamente in streaming qui.

20. Belle and Sebastian – Girls in Peacetime Want to Dance
Il 2015 è stato l’anno del mio primo concerto dei Belle and Sebastian: era nella mia personale lista di “band da vedere dal vivo almeno una volta nella vita” da più di un decennio. Ed è stato formidabile. Questo loro nuovo disco non è perfetto, ma contiene, come sempre, una serie di canzoni di cui è difficile non innamorarsi. Intanto abbiamo già i biglietti per andarli a vedere di nuovo. Questa volta alla Royal Albert Hall di Londra, il prossimo giugno.

19. Any Other – Silently. Quietly. Going Away
Lo scorso inverno, quando l’ho vista suonare solo voce e chitarra da Zoo, a Bologna, non sapevo nulla di Any Other, se non che era il nuovo volto di Adele Nigro delle Lovecats. Quel suo piccolo concerto mi piacque molto, ma non avrei mai immaginato che da quelle canzoni semplici potesse uscire un disco tanto duro e sincero, legato a un modo di fare musica a cuore aperto di cui, purtroppo, si sono rimaste poche tracce dopo la fine degli anni ’90.

18. Death Cab For Cutie – Kintsugi
Altro nome cancellato quest’anno dalla personale lista “band da vedere dal vivo almeno una volta nella vita”. L’occasione è stata un concerto a fine giugno, al Bataclan di Parigi. E visto quanto successo pochi mesi più tardi, il ricordo di quella serata è finito avvolto in toni cupi. Il disco, però, resta più che piacevole, ennesima conferma di una band che sa come scrivere belle canzoni.

17. Stealing Sheep – Not Real
Sorpresa assoluta. Il programma del Green Man Festival (a fine agosto, in Galles) le vendeva come band psych-folk e a loro avevo preferito un altro dei tanti nomi in cartellone. La pioggia però mi ha costretto a cambiare i piani e quando, per puro caso, me le sono ritrovate davanti, sono rimasto folgorato dal loro pop elettronico essenziale e irresistibile, che guarda a un passato lontano e alla sua vecchia idea, allora luminosa, di futuro.

16. Holly Miranda – Holly Miranda
Il suo è uno di quei nomi ricorrenti su cui si finisce ogni volta per sorvolare: ci sono sempre cose più importanti che catturano l’attenzione. Non ricordo, quindi, come mi sia venuto in mente di ascoltare questo disco per la prima volta. Ma ricordo molto bene, da subito, la sensazione di essere davanti a un album inatteso, per la cura negli arrangiamenti e per il peso delicato di ogni singola canzone. È uno di quei dischi preziosi, da soppesare con attenzione, su cui è bello concentrarsi nel seguire il percorso delle note mentre viaggiano e si intrecciano in disegni sempre nuovi.

15. Kill The Vultures – Carnelian
Ci ho provato ad ascoltarlo, più di una volta, e di nuovo anche recentemente, ma questo tanto acclamato To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar non è riuscito a conquistarmi. Per quanto riguarda l’hip-hop il mio 2015 è stato invece l’anno di Straight Outta Compton, film a suo modo perfetto che mi ha dato l’occasione di riscoprire il formidabile esordio degli N.W.A. Ed è stato l’anno del ritorno dei Kill The Vultures, che con Carnelian fanno un nuovo ampio passo avanti nella loro idea affascinante di rap cupo e soffocato, confuso tra beat eterei e jazz ossessivo.

14. Grimes – Art Angels
Un disco elettro-pop con canzoni immediate e ritornelli che entrano in testa al primo ascolto. Ma anche un disco difficile, complesso, a tratti perfino respingente. Sta probabilmente in questa ambivalenza il fascino di Art Angels, la sua capacità di mostrare, senza barriere e senza quasi volerlo, lo spirito contorto di questi tempi.

13. Best Coast – California Nights
Soprattutto, mi piacciono i dischi pop con belle canzoni, semplici, e con melodie cristalline. I Best Coast questo hanno sempre fatto e continuano a fare. Nel caso di California Nights, con l’aggiunta di una produzione limpida e curata che fa risaltare ancora di più le innegabili doti di scrittura della coppia Betany Cosentino e Bobb Bruno.

12. Chvrches – Every Open Eye
Per qualche motivo non avevo molta fiducia in questo secondo disco dei Chvrches. Il loro esordio era stato tanto dirompente e singolare che ogni idea di un seguito sembrava poter essere solo deludente. Mi sbagliavo, ovviamente. Perché Every Open Eye, alla fine, non fa altro che riprendere lo stesso elettro-pop fulmineo dell’esordio e spingerlo un poco avanti, senza stravolgere nulla, al tempo stesso, in una formula che è perfetta così com’è.

11. Dele Sosimi – You No Fit Touch Am
Il 2015 è stato anche l’anno del definitivo ritorno sulle scene dell’afrobeat, tra funk e jazz sperimentale. All’epica free di Kamasi Washington, però, ho preferito decisamente i ritmi contagiosi di Dele Sosimi, uno che ha suonato con Fela Kuti e che non pubblicava un disco nuovo da almeno un decennio. Afrobeat d’altri tempi e insieme assolutamente al passo coi tempi. Ipnotico, enigmatico, frenetico e, quando serve, persino gioioso.

10. Warm Soda – Symbolic Dream
Non sembra che molti si siano accorti di questo disco nuovo dei Warm Soda, e non mi è chiaro il perché. Il genere è passato di moda? Forse. Ma la capacità di scrivere una tale sequenza ininterrotta di piccole hit garage-pop non è da tutti. Per giunta se ammantate, come sono, da un’adorabile aria di rassegnata noncuranza.

9. Natalie Prass – Natalie Prass
Al Green Man Festival c’era anche lei. Ha suonato un pomeriggio sul palco più grande e ha fatto un po’ la diva, anche se forse non era l’occasione migliore per permetterselo. La musica, però, anche senza la sontuosità orchestrale degli arrangiamenti su disco, è stata capace di lasciarmi comunque senza fiato. Pop classico e d’altri tempi, ma anche il tono dolente e sommesso del Nick Drake più delicato, per una voce e un talento che non hanno fatto che brillare per tutto questo 2015.

8. Sara Lov – Some Kind of Champion
Non ho mai avuto modo di scambiare con lei più di qualche imbarazzata parola, ma per me Sara Lov è come uno di quei vecchi amici che, anche se senti raramente, ci sono sempre e ti aspettano, ogni volta che serve, con buone parole da regalare. Anche per questo, sono molto orgoglioso di aver dato il mio piccolissimo contributo per finanziare Some Kind of Champion: un gesto semplice che è stato ricompensato in pieno, permettendomi di fare un regalo molto bello a una persona speciale e di ricevere al tempo stesso in cambio un disco altrettanto incantevole.

7. Someone Still Loves You Boris Yeltsin – The High Country
Quando è morto Boris Yeltsin i Someone Still Loves You Boris Yeltsin hanno diramato un comunicato per specificare che, nonostante il triste decesso, la band non avrebbe cambiato nome. Oltreché molto divertente, quel gesto sottolineava una intransigenza e una coerenza – seppur autoironica – che ai tempi mi aveva molto colpito. E che ho ritrovato in pieno nel power pop ispirato di The High Country, capace di andare dritto al punto, senza fronzoli e inutili sovrastrutture. Sincero e immediato come pochi hanno il coraggio di essere di questi tempi.

6. Mac DeMarco – Another One
Il titolo del disco – un altro – è giustissimo e sbagliatissimo al tempo stesso. Il che è perfettamente in linea con il personaggio di Mac DeMarco. Lui che era già stato autore di uno dei dischi migliori del 2014 (Salad Days) e che è tornato, come se nulla fosse, pochi mesi più tardi, con questo seguito, tentando di farlo passare per un mini-album di poco conto. Ma fallendo miseramente nella sua goffa ricerca di understatement. Another One, invece, contiene una manciata di canzoni dall’anima fragile, sorrette da un talento pop geniale che prova continuamente a nascondersi dietro al divano di casa, senza mai riuscirci del tutto.

5. Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit
Le lodi di questo disco sono già state cantate in lungo e in largo: i testi e le rime brillanti, l’atmosfera compiutamente slacker, il garage-pop a tratti frenetico e a tratti quasi da hit parade anni ’90. Credo di averlo ascoltato ovunque sia stato in questo 2015: in casa e al lavoro, al mare e in Islanda, a Londra e in Georgia. In tutti i casi, ogni volta, è suonato del tutto fuori posto, inadatto, inadeguato. E ogni volta non ha smesso di piacermi tantissimo. Credo sia questo il segreto del suo successo.

4. Westkust – Last Forever
Lo ammetto: all’inizio non avevo creduto ai Westkust. Il loro shoegaze mi sembrava troppo scuro, respingente, sbilanciato. È servito qualche ascolto extra per farmi cambiare, di colpo, decisamente idea. E il loro piccolo concerto acustico di qualche settimana fa, qui a Bologna, non ha fatto altro che far emergere con chiarezza l’orecchio sorprendente di questa banda di giovani svedesi per certe strane e contagiose melodie.

3. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell
Sono convinto che Sufjan Stevens avrebbe potuto scrivere magari non esattamente questo disco, ma un disco altrettanto incredibile in un qualsiasi momento degli ultimi dieci anni. Ne sono convinto più o meno dalla prima volta che ho ascoltato John Wayne Gracy, Jr. Il problema è che, giustamente, non deve essere divertente tirare fuori canzoni tanto silenziose ed enormemente profonde. È lo sporco lavoro che, di norma, deleghiamo agli artisti. A noi, piccoli codardi che non siamo altro, resta solo il piacere di ascoltare quando tutto è finito.

2. Eternal Summers – Gold and Stone
Per non so bene quale ragione non ero mai riuscito ad ascoltare con la giusta attenzione The Drop Beneath, il precedente disco degli Eternal Summers, e mi era rimasta a lungo la fastidiosa sensazione di aver mancato qualcosa, di essermi perso un momento in qualche modo importante. Fortunatamente non sono riuscito a ripetere lo stesso errore con Gold and Stone, che, ho così scoperto, è un disco di indie pop luminoso e spesso sorprendente. Amichevole e spiazzante al tempo stesso, piacevole ma mai scontato. Un ascolto che ogni volta, finalmente, lascia sereni e appagati.

1. All We Are – All We Are
Dentro al mio disco dell’anno c’è tanta black music, dal funk al soul, ma anche un’anima fredda e sintetica. Ci sono diverse idee di pop psichedelico, ma anche ritmi frenetici e sincopati. Non credo di essere mai riuscito a spiegare bene di che roba si tratti a tutte le persone a cui ho provato a consigliarlo nell’ultimo anno. Il modo migliore per riuscire a capirci qualcosa è quello di riuscire a vederli dal vivo, gli All We Are. Che al Green Man Festival hanno fatto un concerto divertentissimo e travolgente, riuscendo in un attimo a contagiare tutti i presenti con le mille belle contraddizioni della loro musica. Una volta davanti al fatto compiuto non c’è molto altro da spiegare.

“Have a decent day”: Dismaland, Banksy, Bristol e tutto il resto

Posted in Senza Categoria by matteb83 on 23 settembre 2015

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A fine agosto sono stato a Bristol e ne ho approfittato anche per visitare Dismaland, il deprimente parco divertimenti ideato da Banksy. Ne ho scritto in un lungo articolo che inizia così (e continua su Medium).

Bristol — casa natale di Massive Attack, Portishead, Tricky — è, in effetti, una città molto trip-hop. Non serve, per capirlo, aggirarsi tra grigi sobborghi cadenti o zone industriali dismesse: basta scendere verso la Marina, in pieno centro, sul canale alimentato dal fiume Avon che attraversa da est a ovest l’abitato. Qui è ormeggiata una fedele replica di The Matthew, il vascello con cui nel 1497 il veneziano Giovanni Caboto, partito proprio da Bristol, scoprì per primo le terre del Nord America, e poco più avanti si può salire a bordo della SS Great Britain, storica nave passeggeri a vapore, progettata dal grande ingegnere Isambard Kingdom Brunel, che a metà dell’Ottocento faceva la spola tra Bristol e New York. Monumenti galleggianti che raccontano un passato fatto di grandi viaggi e commerci fiorenti, ma che, relegate ad attrazioni turistiche, svelano anche un presente non più tanto glorioso.

Continua a leggere su Medium.

Attenzione attraversamento porcospini

Posted in Senza Categoria by matteb83 on 31 luglio 2015

Dei (piccoli) cartelli stradali per i (piccoli) animali che abitano le città. Il progetto si chiama #TinyRoadSign ed è stato pensato e creato da CLINIC 212, un’agenzia di comunicazione che fa base a Vilnius, in Lituania.

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(Via GOOD)

Terrore, paura e raccapriccio

Posted in Collegamenti, Effetti speciali, Messaggi by matteobenni on 30 gennaio 2015

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Nella costante gara al ribasso che i quotidiani italiani propongono tutti i giorni attraverso titoli colmi di semplificazioni e luoghi comuni, le civette – quelle bacheche mobili che si vedono fuori dalle edicole con il titolo del giorno strillato in grossi caratteri neri – sono coprotagoniste di rilievo. Non tanto perché portano fino in strada la voce dei giornali (cosa per niente sbagliata), ma perché lo fanno esasperando il più possibile la diffusa tendenza all’allarmismo e al sensazionalismo. Tanto che per farlo spesso non riportano la notizia di apertura del quotidiano che promuovono (magari dedicata alla politica interna, all’economia o ad affari internazionali), ma puntano su fatti di cronaca nera o giudiziaria. E allora è sempre “CHOC”, “ORRORE”, “ALLARME”, “GIALLO”.

Proprio a partire dall’osservazione, un po’ infastidita, degli strilli quotidiani delle civette, il graphic designer bolognese Emanuele Centola ha costruito Allarmismo e Tipografia: prima una pagina facebook che raccoglie e decontestuallizza le parole terrorizzanti che spuntano fuori dalle edicole e poi anche un progetto grafico, artistico e commerciale, fatto di t-shirt e cura tipografica. Tutta la storia è ricostruita in questa bella intervista su Frizzifrizzi.