Never mind the bee stings

Spin me round – I dischi del 2011

Posted in Solo canzonette by matteb83 on 31 dicembre 2011

Finisce l’anno ed è tempo di classifiche, pare.

Diamo anche noi, allora, il nostro modesto e non richiesto contributo, andando ad elencare – in extremis – i venti album che più hanno accompagnato il 2011 del sottoscritto.

Che si cominci!

Alla posizione numero venti abbiamo

Dente, Io tra di noi

Ammetto che la data di uscita perfettamente autunnale ha forse influito sull’entrata di questo disco in classifica. Ammetto anche che il precedente L’amore non è bello resta per me un gradino più in alto. Detto ciò, l’ironia storta – a tratti cattiva a tratti dolente – di Giuseppe Peveri aka Dente colpisce sempre nei punti giusti. E le canzoni scorrono una dopo l’altra con un piacere che sorprende e presto conquista.

Alla posizione numero diciannove abbiamo

The Drums, Portamento

Se lo sono filato in pochi, il nuovo album dei Drums. E un po’ capisco perché. Il loro successo new-wave surf, l’atteggiamento, il look, le prove dal vivo: tutto contribuiva a tratteggiarli come una band da moda passeggera, destinata a scomparire nel giro di pochi mesi. La seconda prova in studio, come spesso accade, avrebbe dovuto essere la loro pietra tombale. Non è andata così. Portamento sposta i toni verso gradazioni più cupe, ma canzoni e ottime melodie ci sono eccome. E il risultato – se possibile – è un disco ancora più compatto e diretto dell’esordio. Intransigente, quasi.

Alla posizione numero diciotto

Brunori Sas, Vol. 2 – Poveri cristi

Il titiolo non poteva essere più azzeccato e riassuntivo. Le storie che la premiata ditta Brunoni raccoglie in questo volume numero due sono storie di disperati, perdenti, sconfitti, delusi. Non è un disco triste, però. Neanche un po’. E qui sta la sua forza: nella capacità di Dario Brunori di infilare nelle sue canzoni un sorriso o anche solo il ritornello, il ritmo, la melodia giusti. E’ un’ottima medicina, adatta ad ogni occasione.

Alla posizione numero diciassette abbiamo

Dum Dum Girls, Only in dreams

A inizio anno non avrei scommesso un centesimo su un disco delle Dum Dum Girls nella mia top twenty. Invece eccolo. E avrebbe potuto stare anche qualche posizione sotto questa. E’ qui perché, nonostante tutto, rimane un po’ di diffidenza verso la band in questione, che fino a pochi mesi fa trovavo parecchio sopravvalutata. Anche dal vivo, entrambe le volte che ho avuto modo di vederla non mi hanno mai convinto. Con questo disco, invece, le ragazze Dum Dum mi hanno sorpreso: suoni finalmente comprensibili e ottime melodie. Quasi dei Ramones dolenti e al femminile.

Alla posizione numero sedici troviamo

Real Estate, Days

Discorso molto simile a quanto spiegato sopra per le Dum Dum Girls. Una band che, nonostante le tante parole di lode, non era mai riuscita a convincermi (compreso il tanto osannato progetto solista Ducktails), con questo album – a sorpresa – vice tutto. Alla fine è uno dei dischi che più ho ascoltato in questa seconda metà di 2011. Il contrasto tra i riverberi caldi delle chitarre e il grigio dell’autunno che piano diventava inverno è stato ed è ancora oggi capace di mitigare il freddo dell’aria fuori di casa.

Alla posizione numero quindici

Death Cab For Cutie, Codes and keys

Ogni volta che fanno uscire un disco nuovo, puntuali, i Death Cab For Cutie finiscono nella mia classifica di fine anno. Con buona pace dei tanti che li considerano finiti da un pezzo. Ben Gibbard e compagni sono tra i migliori costruttori di canzoni pop in circolazione. Qui alle prese con il loro album più soffuso ed etereo, con le tastiere che prendono spesso il sopravvento sulle chitarre. La migliore risposta possibile alla moda – ormai fortunatamente agli sgoccioli – dei suoni vaporosi che nascondono soltanto mancanza di idee e personalità.

Alla posizione numero quattordici troviamo

A Classic Education, Call it blazing

Finalmente è arrivato il disco d’esordio per la banda più internazionale di Bologna. Dopo tanti anni d’attesa, il timore era che il risultato fosse povero di contenuti. Ma non è stato così neanche un po’. Call it blazing è rapido e pieno di ottime canzoni, suonate benissimo e registrate meglio. Si attacca alle orecchie e al cuore dal primo ascolto e si svela repeat dopo repeat. Call it blazing è – forse soprattutto – una nuvola atmosferica sonora; uno spazio piccolo dentro cui entrare e stare bene.

Alla posizione numero tredici troviamo

The Decemberists, The king is dead

Il gioco con i Decemberists – ormai è diventato un gioco – è sempre lo stesso, da anni. Grande fan di tutti i loro dischi precedenti, quando arriva un nuovo album lo ascolto e, puntualmente, non mi piace. Non mi do per vinto, però. C’è qualcosa, forse nella voce di Colin Meloy, forse nelle storie d’altri tempi e fantasiose raccontate, forse nella musica, sempre in bilico tra folk, pop e rock, capace di catturarmi e convincermi ad un nuovo tentativo. E poi ancora un altro. E via così, fino a quando anche questo nuovo album – quello della svolta country e quello con la chitarra di Peter Buck – non è finito tra i miei preferiti.

Alla posizione numero dodici

Radiohead, The king of limbs

I Radiohead sono ormai da anni nella posizione di poter fare tutto quello che gli pare e piace. Nonostante ciò, la mania di grandezza non sembra volerli sfiorare. Anzi. The king of limbs è il loro disco più scarno. Canzoni scheletriche, sezionate, soffuse. Un disco volutamente sottotono, e anche difficile. Sistemato in uno spazio immaginario tra rock, jazz, pop ed elettronica scura. Ma sono i Radiohead, e lo spirito pulsante della loro musica non li abbandona ovunque vadano.

Alla posizione numero undici abbiamo

REM, Collapse into now

I REM si sono sciolti, viva i REM. E’ uscito il definitivo best of, è uscita l’edizione deluxe di Lifes Rich Pageant, e nel 2011 è uscito anche il loro l’ultimo nuovo disco. Se non avevano più nulla da dire, devono essersene accorti loro negli ultimi mesi, perché la qualità delle nuove canzoni resta eccelsa. Tanti li davano per finiti da dieci o quindici anni, ma è difficile negare che canzoni come Überlin, Oh My Heart Every Day Is Yours To Win il 99% delle band in attività non riuscirà mai a scriverle, nemmeno in sogno.

Alla posizione numero dieci

I Cani, Il sorprendente album d’esordio de i Cani

Qui non servono tante parole, visto anche quante ne sono state spese sull’argomento nel corso degli ultimi mesi. Tra chi li ama e chi li odia, mi sono ritrovato – quasi senza accorgermene – nella prima categoria. E vederli suonare dal vivo ha fugato definitivamente ogni dubbio. Scomodi e con tanti difetti, ma anche irresistibili e divertenti.

Alla posizione numero nove troviamo

I’m From Barcelona, Forever today

Tanti li danno per scontati, ma gli I’m From Barcelona non vanno presi poi tanto alla leggera. Innanzitutto perché questo loro terzo album non era così sicuro: il precedente era complessivamente fuori fuoco e aveva convinto poco. Poi perché scrivere canzoni pop immediate, veloci, festose, semplici e al tempo stesso corali non è cosa da tutti. E il talento in materia della band svedese qui viene fuori in tutto il suo solare splendore.

Alla posizione numero otto troviamo

Yuck, Yuck

Gli anni ’90 non torneranno mai. Non quelli che abbiamo vissuto e amato, vestiti di rock storto e senza fronzoli. E forse è una fortuna, ché i revival hanno sempre il retrogusto fastidioso della minestra riscaldata. Sapere però che nel 2011 una banda di perdenti è ancora capace di imbracciare le chitarre, scrivere ottime canzoni e usare nella giusta maniera effetti e distorsori è una consolazione che riscalda il cuore.

Alla posizione numero sette troviamo

The Pains Of Being Pure At Heart, Belong

Vittime di un backclash spietato, i Pains hanno invece tirato fuori un ottimo secondo disco. Hanno saputo trovare soluzioni capaci di superare la piattezza sonora del loro muro di chitarre, senza perdere immediatezzà, potenza, né la capacità di tirare fuori melodie dolenti e terribilmente appiccicose.

Alla posizione numero sei

Acid House Kings, Music sounds better with you

Una delle costanti, per il sottoscritto, di questo 2011. Ha attraversato tutte le stagioni, splendente, senza una piega e sempre elegante come giusto un disco di questi veterani dell’indie pop svedese potrebbe essere.

Alla posizione numero cinque abbiamo

Noah And The Whale, Last night on Earth

Per la morosa è il disco dell’anno, per il sottoscritto quasi. Sicuramente uno dei più suonati dallo stereo di casa. Gli album precedenti della band inglese non mi avevano mai convinto a pieno. Questo invece è riuscito a stupirmi con una sequenza di canzoni avvolte da un calore confortante. Un ottimo album per scacciare il freddo, metaforico o meno.

Alla posizione numero quattro troviamo

Peter Bjorn And John, Gimme some

Chitarra, basso, batteria. Rock e pop in eguali quantità. Un’infallibile capacità di scrittura. Affiatamento perfetto dei tre che danno il nome alla band. C’è questo e nient’altro in Gimme some: uno di quei dischi immediati, veloci, a tratti aggressivi, che entrano in testa e lì si installano senza intenzione di volerne uscire.

Alla posizione numero tre troviamo

Those Dancing Days, Daydreams & nightmares

Le cinque ragazzine svedesi che, ancora in età da liceo, si erano fatte conoscere con una serie di singoli irresistibili, oggi sono cresciute. E se il primo album, macchiato da qualche incertezza e da una produzione superficiale, non riusciva a mantenere tutte le promesse, questo secondo lavoro le rilancia tra le migliori produttrici di indie pop scanzonato in circolazione. Da ascoltare e riascoltare all’infinito. Non stancherà.

Alla posizione numero due

J Mascis, Several shades of why

Non mi aspettavo certo qualcosa di deludente dall’esordio solista del signor Dinosaur Jr. Ma J Mascis è riuscito comunque a sorprendermi. Un disco tremendamente sincero e semplice, illuminato da un talento e da una passione del tutto fuori dal comune. Ingredienti rari, che quando ci sono si fanno sentire e colpiscono forte, fino a commuovere.

E alla posizione numero uno

St. Vincent, Strange mercy

Che sarebbe stato il mio disco dell’anno l’ho capito quasi subito, lasciato senza fiato dalla forza leggera e spietata della voce, della chitarra, delle canzoni di Annie Clark. Uno dei più grandi giovani talenti della musica contemporanea. Strange mercy è un disco incredibile, per la cura con cui è costruito, per la quantità di sfumature che contiene, per la forza dirompente racchiusa al suo interno, trasmessa sempre sottotraccia. E sono convinto che per St. Vincent questo sia appena l’inizio.

Consigli per la serata

Posted in Immaginare, Scemenze by matteb83 on 31 dicembre 2011

Via Coilhouse.

Honey honey honey

Posted in Parole by matteb83 on 29 dicembre 2011

Finisci di dare una passata veloce con la scopa al pavimento della sala e a quello dell’ingresso, mentre la morosa è impegnata con gli ultimi ritocchi della cena. La tavola è apparecchiata e nello stereo gira un disco tranquillo ma non troppo a volume contenuto.

Dalla cucina arrivano profumi più che invitanti, ma non ti è permesso sbirciare troppo: il menù, per te e per gli altri amici invitati, deve essere una sorpresa. L’unico indizio noto, costante di base della serata, è che il tutto sarà a base di miele. Antipasto, primo piatto, secondo e dolce.

Non è tua l’idea. Ha fatto tutto l’amata donzella con cui dividi la casa. Una cena a base di miele pensata perché il sottoscritto ha deciso di aprire un blog che nel titolo parla di api.

La senti armeggiare di là, tra ciotole e stoviglie. Conoscendola, a quest’ora la cucina sarà un disastro. Tra qualche minuto però ne usciranno cose buonissime, che gusterai ancora una volta stupito e riconoscente. Ci sarà tempo poi domani, per sistemare.

Quel titolo – Never mind the bee stings – è arrivato per caso, dopo che le due o tre idee precedenti erano state scartate. Perché troppo banali, perché poco a fuoco, perché i domini scelti, dannazione, erano già occupati da altri blogger.

E’ successo una sera, mentre per casa suonavano le note di un vecchio EP dei Lucksmiths. Si chiama A little distraction, ed è un disco a cui sei molto affezionato. Breve e senza un brano fuori posto. L’ultima canzone in scaletta si chiama Honey honey honey: un numero vagamente funk, giustamente ondeggiante, che su di te ha sempre esercitato un fascino pungente.

Honey, honey, honey, let’s slow down / I’m only new in town / I’m nasty and unshaven / Maybe it’s about time that I said / Baby we should go to bed / I’m tired of misbehavin’. Tonight I want to watch the evening news / And share a beer with you / And be in bed by nine or so. Ascoltando una volta ancora quelle parole, ti ci sei ritrovato dentro come mai era successo prima. Buona parte di quanto successo nell’ultimo anno, tra gioie e qualche ansia, si poteva racchiudere senza sforzi in quelle due strofe. E la ragazza in questione – honey, honey, honey – è la stessa che ora, in cucina, sta colando un filo di miele su un delizioso piatto di ravioli ancora fumanti.

Nel ritornello di quella canzone, ti sei accorto quella sera, c’è la ricetta per continuare questa vita insieme. Parole semplici e sagge, o forse soltanto una sorta di divinazione del futuro. But the city lights are burning / And they couldn’t care about these things / Walk me in the morning through the clover / Never mind the bee stings.

Ma non è più tempo per indugiare in questi pensieri. Suonano alla porta. Gli amici stanno salendo le scale, e tutto è pronto per accoglierli a dovere.

Una cena per un blog è un’idea scema. E’ una cena per noi, infatti. A base di miele. Sicuri che le api, almeno questa volta, non pungeranno.

Mp3: The Lucksmiths > Honey honey honey

Cosa direbbe D’arcy della nostra amarezza?

Posted in Collegamenti by matteb83 on 23 dicembre 2011

Non sono mai stato grande fan degli Smashing Pumpkins, nemmeno a metà anni novanta, quando erano sulla bocca di tutti, in rotazione su Mtv e ancora producevano dischi degni di nota. D’arcy, la bionda bassista della formazione originale, ha però sempre avuto su di me uno strano fascino sfuggente. E continua ad averlo anche ora che da anni è scomparsa dalle scene e di lei restano soltanto frammentate e curiose notizie.

Un’idea di storta autenticità che oggi riesce a catturare bene Margherita Ferrari con un bel pezzo sul sempre ottimo Soft Revolution.

Occupy occupy

Posted in Solo canzonette by matteb83 on 22 dicembre 2011

Ormai sancito che il protagonista di questo 2011 è stato il manifestante, l’occupante, il partecipante a rivoluzioni in tutto il mondo, arriva anche la giusta colonna sonora per celebrarne le gesta. E, chissà, dare loro la giusta spinta per superare il difficile inverno e continuare ad essere protagonisti anche nell’imminente 2012.

La canzone si chiama Unified Tribes ed è firmata dai Thievery Corporation, con alle liriche Mr. Lif, rapper del giro di El-P e membro dei Perceptionists. Occupy, occupy.

Allo Europe

Posted in Solo canzonette by matteb83 on 15 dicembre 2011

Il nuovo album degli Allo Darlin’ – band inglese con adorabile cantante australiana, amatissima da queste parti – uscirà il prossimo maggio e si chiamerà Europe. Proprio come il più bello tra gli inediti che suonarono la scorsa primavera al Mattatoio di Carpi, quando ebbi occasione di vederli durante il loro tour italiano.

Per ingannare la lunga attesa, c’è una nuova traccia (con video on the road). Si chiama Tallulah e mostra gli ingredienti essenziali degli Allo Darlin’: parole dolci e quotidiane, tanta grazia leggera, la voce e l’ukulele della cantante Elizabeth Harris.

Twitter war

Posted in Gli internets by matteb83 on 14 dicembre 2011

Forse non tutti sanno che pochi mesi fa è scoppiata una guerra tra Kenya e Somalia. Il conflitto è tuttora in corso e vede l’esercito kenyiota impegnato nel sud della Somalia contro le truppe del gruppo islamico Al Shabaab, che controllano da tempo le regioni meridionali dello stato somalo, muovendosi vicino al confine con il Kenya. Nei mesi passati le truppe islamiche sono state protagoniste del rapimento di alcuni turisti che si trovavano in quelle zone. Questa, per il governo kenyota, è stata la causa scatenante del conflitto. Poi, come sempre accade, le cose sono più complicate e comprendono, tra l’altro, elezioni politiche ormai in vista e il vasto giro di denari messo in moto dalla guerra.

Tutti invece ormai sanno che Twitter è lo strumento social del momento. E’ arrivato Fiorello, sono arrivati i ministri del nuovo governo, ne hanno parlato su Impronte digitali. Insomma, ce ne siamo accorti persino in Italia.

Le due notizie hanno un collegamento. Lo racconta Simon Allison sul Daily Maverick, riportando il botta e risposta a 140 caratteri tra l’account del portavoce dell’esercito kenyota Emmanuel Chirchir (@MajorEChirchir) e quello del gruppo Al Shabaab (@HSMPress), nato appena una settimana fa. Pare che la prima vittoria sia da assegnarsi ai tweet della milizia islamica.

Once upon a web

Posted in Effetti speciali, Gli internets by matteb83 on 12 dicembre 2011

Nonostante sia un concetto ormai ripetuto ed evidenziato al punto da divenire quasi un luogo comune, non smette di meravigliare quanto il progresso della tecnologia abbia dilatato la percezione dello scorrere del tempo. Il web, in particolare, si trasforma in modo tanto rapido da aver ormai accumulato cambiamenti tecnologici, piattaforme, nuove versioni e innovazioni sufficienti a generare una storia compiuta, scandita da immagini definite. Immagini che sono nostri ricordi, e che testimoniano la schizofrenia temporal-mediatica avviata con le cosiddette nuove tecnologie. Da un lato il tempo in giorni, mesi, anni di noi umani, dall’altro quello in nanosecondi dei processori sempre più micro.

La net-artist Olia Lialina e il suo collega Dragan Espenschied svelano questa schizofremia con Once Upon: tre tra le più popolari risorse web attuali (Google+, YouTube, Facebook) ricreate “with technology and spirit of late 1997, according to our memories”. Come vedere grattacieli costruiti nell’età del ferro.

E c’è quasi da commuoversi, leggendo la nota tecnica:

Best viewed with Netscape Navigator 4.03 and a screen resolution of 1024×768 pixels, running under Windows 95. We recommend using a Virtual Machine or appropriate hardware, connected to a CRT monitor. If such an environment unachievable, it should be possible to experience the piece with any browser that still supports HTML Frames. The transfer speed of our server is limited to 8 kB/s («dial-up» speed).

[Via today and tomorrow]

La mia raccolta di dischi

Posted in Solo canzonette by matteb83 on 12 dicembre 2011

Con buon ritardo, anche questo neonato blog aderisce al giocone proposto da Kekko su Bastonate.

All’inizio c’erano solo i dischi del fratello. Una manciata di CD – pochi quindi preziosissimi – e una lunga fila di cassette. Tra i CD figuravano diverse cose dei Queen, che apprezzavo molto, ed altrettanti episodi discutibili, tipo i Def Leppard e gli Aerosmith, e della musica classica noiosa. Il cuore della questione, però, erano soprattutto le cassette.

La raccolta partiva accanto allo stereo e percorreva tutto il mobile per metà stanza, fino a sfiorare il muro. Era una selezione eterogenea, frutto perlopiù di scambi tra amici e compagni di classe del fratello. C’erano Dylan e cantautori italiani assortiti, il rock a cavallo tra Led Zeppelin e Pink Floyd e tanto grunge, compresi Stone Temple Pilots, Alice in Chains e Queensryche. C’erano i Guns n’ Roses e c’erano i Metallica. C’erano le C90 con un album per lato: gettonatissimo il duo BleachNevermind e IncesticideIn Utero. C’erano i best of fatti in casa: uno dei più ascoltati aveva per titolo G n’ R Mixture. C’erano anche accostamenti azzardati, tipo la cassetta-split-monstre Guns n’ Roses Metallica Nirvana (cinque pezzi a testa e passa la paura), e qualche sparuta concessione all’easy listening, Edie Brickell, i 4 Non Blondes.

Il fratello e gli amici erano grandi. Andavano al liceo, loro. Io, invece, stazionavo ancora nel mondo ovattato delle elementari, tra sussidiari, giochi in cortile e merende genuine a base di frutta fresca. Il piano era di andarmene di lì al più presto, per iniziare quanto prima l’esplorazione di quella giungla misteriosa chiamata scuola media.

Quando ci arrivai, il fratello aveva trovato da qualche tempo una nuova fonte di approvvigionamento dischi: pare ci fosse, da qualche parte in città, un luogo che permetteva di prendere in prestito CD, per giunta in maniera gratuita. Grazie a quel prodigio, il numero delle cassette cresceva velocemente, e le novità che arrivavano in casa erano soprattutto di musica italiana: Marlene Kuntz, Afterhours, Ustmamò, Gang, Umberto Palazzo e il Santo Niente, Yo Yo Mundi, Tre Allegri Ragazzi Morti, Modena City Ramblers, CSI. Tutta gente che ascoltavo tanto e che – poiché ormai mi ero fatto un ometto – potevo anche andare a vedere in concerto. Sotto la supervisione del fratello maggiore, s’intende.

In contemporanea, iniziavano ad arrivare anche le prime, saltuarie, paghette. Raggiunta rapidamente la cifra base di trentamila lire, la investii prontamente in quello che divenne il primo tassello della mia raccolta di dischi: il rumorosissimo ed esaltante From the muddy banks of the Wishkah, a firma Nirvana.

Non comprai molti altri CD negli anni seguenti. Avviai, però, una produzione di cassette autonoma e parallela a quella del fratello. Lui si spostava sempre più sul fronte cantautori italiani (Guccini in primis), mentre a me si svelavano le meraviglie dell’indie rock americano (tra Dinosaur Jr., Pixies e Pavement) e l’urgenza cazzona del punk-rock (dai Green Day a ritroso fino ai Ramones). Scoprii anche i Clash, in quel periodo: ancora oggi restano la risposta all’interrogativo su quale sia la mia band di sempre favorita.

Con i primi anni del liceo i CD iniziarono a crescere. Mi procurai anche una colonnina in metallo e legno per contenerli. Non li amavo particolarmente, però. Continuavo a preferire le cassette. Per il motivo molto pratico che le cassette potevo ascoltarle con il walkman, mentre ero in autobus o in giro. Ed ero molto spesso in autobus o in giro. Per quello stesso motivo finì anche per comprare diversi album originali in formato cassetta. Sembrava una buona idea, all’epoca.

Per la definitiva presa di potere del CD serve aspettare il primo anno di università, quando in un negozietto a due passi dal mio Dipartimento comprai per pochi euro un mediocre lettore portatile di Compact Disc. I primi tempi lo maledii tantissimo: le tracce saltavano in continuazione e tenerlo nella tasca della giacca, o peggio nella borsa con i libri, era impresa ardua. Non dava problemi solamente se appoggiato su un tavolo, ma a quel punto perdeva gran parte della sua utilità. Ci si adatta a tutto, però. E dopo qualche settimana di lotta già ero in grado di pedalare per le vie del centro – ciottolose e piene di buche – senza far saltare il segnale troppo spesso.

A quel punto, alla vecchia colonna porta CD se ne erano affiancate altre due, in metallo e con base di cemento. Tra negozi, concerti e i primi ordini online, il numero dei dischi cresceva rapidamente. Arrivavano anche i primi vinili, letti dal vecchissimo giradischi di mio padre. “Ma non te li ricorderai neanche, tutti questi dischi!”, protestava mia madre. Invece me li ricordavo eccome. Ognuno religiosamente ascoltato più e più volte prima di essere riposto nella giusta colonna, secondo la sua naturale collocazione alfabetica.

Raccoglievo in ordine sparso, vagando tra i decenni. Buona parte del lavoro era recuperare in formato digitale le cose che più avevo amato su cassetta. Ma tanto altro era dedicato ad approfondire generi ed influenze. Prendendo come base il buon vecchio indie rock americano, andavo indietro attraverso le meraviglie pop degli anni ’60, fino al rock primigenio dei 50s. Poi passavo dall’altra parte dell’oceano per scoprire una Inghilterra che negli anni ’90 avevo snobbato e anche nel decennio precedente custodiva tesori preziosi e spesso insospettabili. Poi, ovviamente, le nuove uscite, legate ai generi più disparati: dall’hip-hop all’elettronica, dal folk all’alt country, dal post rock all’amato indie pop. Le colonne porta CD ormai non bastavano più e – complice il fratello andato a vivere da solo – erano stati spostati nelle lunghe mensole che quando avevo pochi anni ospitavano i numeri di Topolino.

Intanto in casa era arrivato internet ADSL e con esso il download libero di mp3, prima con WinMX, poi con l’ottimo Soulseek e con eMule. Giga di musica accumulati negli anni che conducono fino al presente, passando per i torrent e le ultime, formidabili, piattaforme di download. Nella mia mente, però, le canzoni in digitale sono sempre rimaste di serie B: un gradino più in basso rispetto a quelle possedute in formato fisico. Sarò antiquato o poco al passo con i tempi, ma non sono mai riuscito a superare questo spazio psicologico. Ho anche comprato e pagato musica online, ma il sentimento non cambia. Il disco da tenere tra le mani è prova di rilevanza: quello che davvero mi piace lo compro e, dopo averlo ascoltato nello stereo di casa, lo posso posizionare tra gli altri cugini e fratelli chiamati a raccolta nel corso degli anni.

Ora, un paio di traslochi più tardi, i dischi sono collocati in una libreria Expedit Ikea, posta strategicamente a metà della sala, in modo da poterne sfruttare la profondità su entrambi i lati. Uno degli otto cubi di cui si compone è destinato ai vinili, ma presto servirà per loro nuovo spazio. Compro ancora tanti dischi, sempre però in modo ponderato. Direi di poter dire con buona certezza che tra tutti quelli posseduti non ce ne sia uno di cui non sono convinto, che non riascolterei volentieri anche subito. E’ per questo che preferisco parlare di “raccolta” piuttosto che di “collezione”. I dischi che ho sono scelti con cura, ma non per essere tenuti in vetrina. Sono lì per essere usati, per accompagnare le giornate, gli avvenimenti, gli sbalzi di umore, gli incontri importanti, la vita insomma. Il loro ruolo è questo. Non cosa da poco. E’ meglio, allora, che siano quelli giusti.

A long time ago

Posted in Proiezioni by matteb83 on 4 dicembre 2011

Il mondo di Aki Kaurismäki è sospeso in uno spazio-tempo a cavallo tra gli anni ’70 e i primi ’80. In Miracolo a Le Havre, le banconote sono in euro e si sentono ordinare vini del 2005, ma i protagonisti vestono abiti d’altri tempi e le strade in cui si muovono sembrano fotografie di quarant’anni fa. Anche la luce, calda e polverosa, porta verso un mondo passato.

Amo gli autori come Kaurismäki, ideatori di uno stile strettamente personale e unico, e fedeli ad esso in modo maniacale. Da loro non c’è da aspettarsi innovazioni o grandi cambiamenti, ma soltanto coerenza e chiarezza. Hanno inventato un linguaggio loro e lo usano per dire cose profonde, universali, importanti senza rischiare di essere banali o didascalici. E’ una forza rara, che quasi sempre riesce ad andare a segno.

La novità, in Miracolo a Le Havre, sta nel tema centrale: immigrazione clandestina. Un argomento scoperto, evidente, immediato, e quindi lontano dalle storie usuali del regista finlandese. La sorpresa è che il film funziona proprio su questo scontro: tra il mondo sospeso e altrove di Kaurismäki e le vicende terrestri e contemporanee di migranti, permessi di soggiorno e polizia. A vincere, ovviamente, è il primo: inossidabile e improbabile come il vecchio rocker francese che ad un certo punto compare sullo schermo, capelli bianchi e giacca di pelle rossa. Di nome fa Little Bob; al secolo, Roberto Piazza.