Never mind the bee stings

A long time ago

Posted in Proiezioni by matteb83 on 4 dicembre 2011

Il mondo di Aki Kaurismäki è sospeso in uno spazio-tempo a cavallo tra gli anni ’70 e i primi ’80. In Miracolo a Le Havre, le banconote sono in euro e si sentono ordinare vini del 2005, ma i protagonisti vestono abiti d’altri tempi e le strade in cui si muovono sembrano fotografie di quarant’anni fa. Anche la luce, calda e polverosa, porta verso un mondo passato.

Amo gli autori come Kaurismäki, ideatori di uno stile strettamente personale e unico, e fedeli ad esso in modo maniacale. Da loro non c’è da aspettarsi innovazioni o grandi cambiamenti, ma soltanto coerenza e chiarezza. Hanno inventato un linguaggio loro e lo usano per dire cose profonde, universali, importanti senza rischiare di essere banali o didascalici. E’ una forza rara, che quasi sempre riesce ad andare a segno.

La novità, in Miracolo a Le Havre, sta nel tema centrale: immigrazione clandestina. Un argomento scoperto, evidente, immediato, e quindi lontano dalle storie usuali del regista finlandese. La sorpresa è che il film funziona proprio su questo scontro: tra il mondo sospeso e altrove di Kaurismäki e le vicende terrestri e contemporanee di migranti, permessi di soggiorno e polizia. A vincere, ovviamente, è il primo: inossidabile e improbabile come il vecchio rocker francese che ad un certo punto compare sullo schermo, capelli bianchi e giacca di pelle rossa. Di nome fa Little Bob; al secolo, Roberto Piazza.

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