Never mind the bee stings

La mia raccolta di dischi

Posted in Solo canzonette by matteb83 on 12 dicembre 2011

Con buon ritardo, anche questo neonato blog aderisce al giocone proposto da Kekko su Bastonate.

All’inizio c’erano solo i dischi del fratello. Una manciata di CD – pochi quindi preziosissimi – e una lunga fila di cassette. Tra i CD figuravano diverse cose dei Queen, che apprezzavo molto, ed altrettanti episodi discutibili, tipo i Def Leppard e gli Aerosmith, e della musica classica noiosa. Il cuore della questione, però, erano soprattutto le cassette.

La raccolta partiva accanto allo stereo e percorreva tutto il mobile per metà stanza, fino a sfiorare il muro. Era una selezione eterogenea, frutto perlopiù di scambi tra amici e compagni di classe del fratello. C’erano Dylan e cantautori italiani assortiti, il rock a cavallo tra Led Zeppelin e Pink Floyd e tanto grunge, compresi Stone Temple Pilots, Alice in Chains e Queensryche. C’erano i Guns n’ Roses e c’erano i Metallica. C’erano le C90 con un album per lato: gettonatissimo il duo BleachNevermind e IncesticideIn Utero. C’erano i best of fatti in casa: uno dei più ascoltati aveva per titolo G n’ R Mixture. C’erano anche accostamenti azzardati, tipo la cassetta-split-monstre Guns n’ Roses Metallica Nirvana (cinque pezzi a testa e passa la paura), e qualche sparuta concessione all’easy listening, Edie Brickell, i 4 Non Blondes.

Il fratello e gli amici erano grandi. Andavano al liceo, loro. Io, invece, stazionavo ancora nel mondo ovattato delle elementari, tra sussidiari, giochi in cortile e merende genuine a base di frutta fresca. Il piano era di andarmene di lì al più presto, per iniziare quanto prima l’esplorazione di quella giungla misteriosa chiamata scuola media.

Quando ci arrivai, il fratello aveva trovato da qualche tempo una nuova fonte di approvvigionamento dischi: pare ci fosse, da qualche parte in città, un luogo che permetteva di prendere in prestito CD, per giunta in maniera gratuita. Grazie a quel prodigio, il numero delle cassette cresceva velocemente, e le novità che arrivavano in casa erano soprattutto di musica italiana: Marlene Kuntz, Afterhours, Ustmamò, Gang, Umberto Palazzo e il Santo Niente, Yo Yo Mundi, Tre Allegri Ragazzi Morti, Modena City Ramblers, CSI. Tutta gente che ascoltavo tanto e che – poiché ormai mi ero fatto un ometto – potevo anche andare a vedere in concerto. Sotto la supervisione del fratello maggiore, s’intende.

In contemporanea, iniziavano ad arrivare anche le prime, saltuarie, paghette. Raggiunta rapidamente la cifra base di trentamila lire, la investii prontamente in quello che divenne il primo tassello della mia raccolta di dischi: il rumorosissimo ed esaltante From the muddy banks of the Wishkah, a firma Nirvana.

Non comprai molti altri CD negli anni seguenti. Avviai, però, una produzione di cassette autonoma e parallela a quella del fratello. Lui si spostava sempre più sul fronte cantautori italiani (Guccini in primis), mentre a me si svelavano le meraviglie dell’indie rock americano (tra Dinosaur Jr., Pixies e Pavement) e l’urgenza cazzona del punk-rock (dai Green Day a ritroso fino ai Ramones). Scoprii anche i Clash, in quel periodo: ancora oggi restano la risposta all’interrogativo su quale sia la mia band di sempre favorita.

Con i primi anni del liceo i CD iniziarono a crescere. Mi procurai anche una colonnina in metallo e legno per contenerli. Non li amavo particolarmente, però. Continuavo a preferire le cassette. Per il motivo molto pratico che le cassette potevo ascoltarle con il walkman, mentre ero in autobus o in giro. Ed ero molto spesso in autobus o in giro. Per quello stesso motivo finì anche per comprare diversi album originali in formato cassetta. Sembrava una buona idea, all’epoca.

Per la definitiva presa di potere del CD serve aspettare il primo anno di università, quando in un negozietto a due passi dal mio Dipartimento comprai per pochi euro un mediocre lettore portatile di Compact Disc. I primi tempi lo maledii tantissimo: le tracce saltavano in continuazione e tenerlo nella tasca della giacca, o peggio nella borsa con i libri, era impresa ardua. Non dava problemi solamente se appoggiato su un tavolo, ma a quel punto perdeva gran parte della sua utilità. Ci si adatta a tutto, però. E dopo qualche settimana di lotta già ero in grado di pedalare per le vie del centro – ciottolose e piene di buche – senza far saltare il segnale troppo spesso.

A quel punto, alla vecchia colonna porta CD se ne erano affiancate altre due, in metallo e con base di cemento. Tra negozi, concerti e i primi ordini online, il numero dei dischi cresceva rapidamente. Arrivavano anche i primi vinili, letti dal vecchissimo giradischi di mio padre. “Ma non te li ricorderai neanche, tutti questi dischi!”, protestava mia madre. Invece me li ricordavo eccome. Ognuno religiosamente ascoltato più e più volte prima di essere riposto nella giusta colonna, secondo la sua naturale collocazione alfabetica.

Raccoglievo in ordine sparso, vagando tra i decenni. Buona parte del lavoro era recuperare in formato digitale le cose che più avevo amato su cassetta. Ma tanto altro era dedicato ad approfondire generi ed influenze. Prendendo come base il buon vecchio indie rock americano, andavo indietro attraverso le meraviglie pop degli anni ’60, fino al rock primigenio dei 50s. Poi passavo dall’altra parte dell’oceano per scoprire una Inghilterra che negli anni ’90 avevo snobbato e anche nel decennio precedente custodiva tesori preziosi e spesso insospettabili. Poi, ovviamente, le nuove uscite, legate ai generi più disparati: dall’hip-hop all’elettronica, dal folk all’alt country, dal post rock all’amato indie pop. Le colonne porta CD ormai non bastavano più e – complice il fratello andato a vivere da solo – erano stati spostati nelle lunghe mensole che quando avevo pochi anni ospitavano i numeri di Topolino.

Intanto in casa era arrivato internet ADSL e con esso il download libero di mp3, prima con WinMX, poi con l’ottimo Soulseek e con eMule. Giga di musica accumulati negli anni che conducono fino al presente, passando per i torrent e le ultime, formidabili, piattaforme di download. Nella mia mente, però, le canzoni in digitale sono sempre rimaste di serie B: un gradino più in basso rispetto a quelle possedute in formato fisico. Sarò antiquato o poco al passo con i tempi, ma non sono mai riuscito a superare questo spazio psicologico. Ho anche comprato e pagato musica online, ma il sentimento non cambia. Il disco da tenere tra le mani è prova di rilevanza: quello che davvero mi piace lo compro e, dopo averlo ascoltato nello stereo di casa, lo posso posizionare tra gli altri cugini e fratelli chiamati a raccolta nel corso degli anni.

Ora, un paio di traslochi più tardi, i dischi sono collocati in una libreria Expedit Ikea, posta strategicamente a metà della sala, in modo da poterne sfruttare la profondità su entrambi i lati. Uno degli otto cubi di cui si compone è destinato ai vinili, ma presto servirà per loro nuovo spazio. Compro ancora tanti dischi, sempre però in modo ponderato. Direi di poter dire con buona certezza che tra tutti quelli posseduti non ce ne sia uno di cui non sono convinto, che non riascolterei volentieri anche subito. E’ per questo che preferisco parlare di “raccolta” piuttosto che di “collezione”. I dischi che ho sono scelti con cura, ma non per essere tenuti in vetrina. Sono lì per essere usati, per accompagnare le giornate, gli avvenimenti, gli sbalzi di umore, gli incontri importanti, la vita insomma. Il loro ruolo è questo. Non cosa da poco. E’ meglio, allora, che siano quelli giusti.

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