Never mind the bee stings

Spin me round – I dischi del 2011

Posted in Solo canzonette by matteb83 on 31 dicembre 2011

Finisce l’anno ed è tempo di classifiche, pare.

Diamo anche noi, allora, il nostro modesto e non richiesto contributo, andando ad elencare – in extremis – i venti album che più hanno accompagnato il 2011 del sottoscritto.

Che si cominci!

Alla posizione numero venti abbiamo

Dente, Io tra di noi

Ammetto che la data di uscita perfettamente autunnale ha forse influito sull’entrata di questo disco in classifica. Ammetto anche che il precedente L’amore non è bello resta per me un gradino più in alto. Detto ciò, l’ironia storta – a tratti cattiva a tratti dolente – di Giuseppe Peveri aka Dente colpisce sempre nei punti giusti. E le canzoni scorrono una dopo l’altra con un piacere che sorprende e presto conquista.

Alla posizione numero diciannove abbiamo

The Drums, Portamento

Se lo sono filato in pochi, il nuovo album dei Drums. E un po’ capisco perché. Il loro successo new-wave surf, l’atteggiamento, il look, le prove dal vivo: tutto contribuiva a tratteggiarli come una band da moda passeggera, destinata a scomparire nel giro di pochi mesi. La seconda prova in studio, come spesso accade, avrebbe dovuto essere la loro pietra tombale. Non è andata così. Portamento sposta i toni verso gradazioni più cupe, ma canzoni e ottime melodie ci sono eccome. E il risultato – se possibile – è un disco ancora più compatto e diretto dell’esordio. Intransigente, quasi.

Alla posizione numero diciotto

Brunori Sas, Vol. 2 – Poveri cristi

Il titiolo non poteva essere più azzeccato e riassuntivo. Le storie che la premiata ditta Brunoni raccoglie in questo volume numero due sono storie di disperati, perdenti, sconfitti, delusi. Non è un disco triste, però. Neanche un po’. E qui sta la sua forza: nella capacità di Dario Brunori di infilare nelle sue canzoni un sorriso o anche solo il ritornello, il ritmo, la melodia giusti. E’ un’ottima medicina, adatta ad ogni occasione.

Alla posizione numero diciassette abbiamo

Dum Dum Girls, Only in dreams

A inizio anno non avrei scommesso un centesimo su un disco delle Dum Dum Girls nella mia top twenty. Invece eccolo. E avrebbe potuto stare anche qualche posizione sotto questa. E’ qui perché, nonostante tutto, rimane un po’ di diffidenza verso la band in questione, che fino a pochi mesi fa trovavo parecchio sopravvalutata. Anche dal vivo, entrambe le volte che ho avuto modo di vederla non mi hanno mai convinto. Con questo disco, invece, le ragazze Dum Dum mi hanno sorpreso: suoni finalmente comprensibili e ottime melodie. Quasi dei Ramones dolenti e al femminile.

Alla posizione numero sedici troviamo

Real Estate, Days

Discorso molto simile a quanto spiegato sopra per le Dum Dum Girls. Una band che, nonostante le tante parole di lode, non era mai riuscita a convincermi (compreso il tanto osannato progetto solista Ducktails), con questo album – a sorpresa – vice tutto. Alla fine è uno dei dischi che più ho ascoltato in questa seconda metà di 2011. Il contrasto tra i riverberi caldi delle chitarre e il grigio dell’autunno che piano diventava inverno è stato ed è ancora oggi capace di mitigare il freddo dell’aria fuori di casa.

Alla posizione numero quindici

Death Cab For Cutie, Codes and keys

Ogni volta che fanno uscire un disco nuovo, puntuali, i Death Cab For Cutie finiscono nella mia classifica di fine anno. Con buona pace dei tanti che li considerano finiti da un pezzo. Ben Gibbard e compagni sono tra i migliori costruttori di canzoni pop in circolazione. Qui alle prese con il loro album più soffuso ed etereo, con le tastiere che prendono spesso il sopravvento sulle chitarre. La migliore risposta possibile alla moda – ormai fortunatamente agli sgoccioli – dei suoni vaporosi che nascondono soltanto mancanza di idee e personalità.

Alla posizione numero quattordici troviamo

A Classic Education, Call it blazing

Finalmente è arrivato il disco d’esordio per la banda più internazionale di Bologna. Dopo tanti anni d’attesa, il timore era che il risultato fosse povero di contenuti. Ma non è stato così neanche un po’. Call it blazing è rapido e pieno di ottime canzoni, suonate benissimo e registrate meglio. Si attacca alle orecchie e al cuore dal primo ascolto e si svela repeat dopo repeat. Call it blazing è – forse soprattutto – una nuvola atmosferica sonora; uno spazio piccolo dentro cui entrare e stare bene.

Alla posizione numero tredici troviamo

The Decemberists, The king is dead

Il gioco con i Decemberists – ormai è diventato un gioco – è sempre lo stesso, da anni. Grande fan di tutti i loro dischi precedenti, quando arriva un nuovo album lo ascolto e, puntualmente, non mi piace. Non mi do per vinto, però. C’è qualcosa, forse nella voce di Colin Meloy, forse nelle storie d’altri tempi e fantasiose raccontate, forse nella musica, sempre in bilico tra folk, pop e rock, capace di catturarmi e convincermi ad un nuovo tentativo. E poi ancora un altro. E via così, fino a quando anche questo nuovo album – quello della svolta country e quello con la chitarra di Peter Buck – non è finito tra i miei preferiti.

Alla posizione numero dodici

Radiohead, The king of limbs

I Radiohead sono ormai da anni nella posizione di poter fare tutto quello che gli pare e piace. Nonostante ciò, la mania di grandezza non sembra volerli sfiorare. Anzi. The king of limbs è il loro disco più scarno. Canzoni scheletriche, sezionate, soffuse. Un disco volutamente sottotono, e anche difficile. Sistemato in uno spazio immaginario tra rock, jazz, pop ed elettronica scura. Ma sono i Radiohead, e lo spirito pulsante della loro musica non li abbandona ovunque vadano.

Alla posizione numero undici abbiamo

REM, Collapse into now

I REM si sono sciolti, viva i REM. E’ uscito il definitivo best of, è uscita l’edizione deluxe di Lifes Rich Pageant, e nel 2011 è uscito anche il loro l’ultimo nuovo disco. Se non avevano più nulla da dire, devono essersene accorti loro negli ultimi mesi, perché la qualità delle nuove canzoni resta eccelsa. Tanti li davano per finiti da dieci o quindici anni, ma è difficile negare che canzoni come Überlin, Oh My Heart Every Day Is Yours To Win il 99% delle band in attività non riuscirà mai a scriverle, nemmeno in sogno.

Alla posizione numero dieci

I Cani, Il sorprendente album d’esordio de i Cani

Qui non servono tante parole, visto anche quante ne sono state spese sull’argomento nel corso degli ultimi mesi. Tra chi li ama e chi li odia, mi sono ritrovato – quasi senza accorgermene – nella prima categoria. E vederli suonare dal vivo ha fugato definitivamente ogni dubbio. Scomodi e con tanti difetti, ma anche irresistibili e divertenti.

Alla posizione numero nove troviamo

I’m From Barcelona, Forever today

Tanti li danno per scontati, ma gli I’m From Barcelona non vanno presi poi tanto alla leggera. Innanzitutto perché questo loro terzo album non era così sicuro: il precedente era complessivamente fuori fuoco e aveva convinto poco. Poi perché scrivere canzoni pop immediate, veloci, festose, semplici e al tempo stesso corali non è cosa da tutti. E il talento in materia della band svedese qui viene fuori in tutto il suo solare splendore.

Alla posizione numero otto troviamo

Yuck, Yuck

Gli anni ’90 non torneranno mai. Non quelli che abbiamo vissuto e amato, vestiti di rock storto e senza fronzoli. E forse è una fortuna, ché i revival hanno sempre il retrogusto fastidioso della minestra riscaldata. Sapere però che nel 2011 una banda di perdenti è ancora capace di imbracciare le chitarre, scrivere ottime canzoni e usare nella giusta maniera effetti e distorsori è una consolazione che riscalda il cuore.

Alla posizione numero sette troviamo

The Pains Of Being Pure At Heart, Belong

Vittime di un backclash spietato, i Pains hanno invece tirato fuori un ottimo secondo disco. Hanno saputo trovare soluzioni capaci di superare la piattezza sonora del loro muro di chitarre, senza perdere immediatezzà, potenza, né la capacità di tirare fuori melodie dolenti e terribilmente appiccicose.

Alla posizione numero sei

Acid House Kings, Music sounds better with you

Una delle costanti, per il sottoscritto, di questo 2011. Ha attraversato tutte le stagioni, splendente, senza una piega e sempre elegante come giusto un disco di questi veterani dell’indie pop svedese potrebbe essere.

Alla posizione numero cinque abbiamo

Noah And The Whale, Last night on Earth

Per la morosa è il disco dell’anno, per il sottoscritto quasi. Sicuramente uno dei più suonati dallo stereo di casa. Gli album precedenti della band inglese non mi avevano mai convinto a pieno. Questo invece è riuscito a stupirmi con una sequenza di canzoni avvolte da un calore confortante. Un ottimo album per scacciare il freddo, metaforico o meno.

Alla posizione numero quattro troviamo

Peter Bjorn And John, Gimme some

Chitarra, basso, batteria. Rock e pop in eguali quantità. Un’infallibile capacità di scrittura. Affiatamento perfetto dei tre che danno il nome alla band. C’è questo e nient’altro in Gimme some: uno di quei dischi immediati, veloci, a tratti aggressivi, che entrano in testa e lì si installano senza intenzione di volerne uscire.

Alla posizione numero tre troviamo

Those Dancing Days, Daydreams & nightmares

Le cinque ragazzine svedesi che, ancora in età da liceo, si erano fatte conoscere con una serie di singoli irresistibili, oggi sono cresciute. E se il primo album, macchiato da qualche incertezza e da una produzione superficiale, non riusciva a mantenere tutte le promesse, questo secondo lavoro le rilancia tra le migliori produttrici di indie pop scanzonato in circolazione. Da ascoltare e riascoltare all’infinito. Non stancherà.

Alla posizione numero due

J Mascis, Several shades of why

Non mi aspettavo certo qualcosa di deludente dall’esordio solista del signor Dinosaur Jr. Ma J Mascis è riuscito comunque a sorprendermi. Un disco tremendamente sincero e semplice, illuminato da un talento e da una passione del tutto fuori dal comune. Ingredienti rari, che quando ci sono si fanno sentire e colpiscono forte, fino a commuovere.

E alla posizione numero uno

St. Vincent, Strange mercy

Che sarebbe stato il mio disco dell’anno l’ho capito quasi subito, lasciato senza fiato dalla forza leggera e spietata della voce, della chitarra, delle canzoni di Annie Clark. Uno dei più grandi giovani talenti della musica contemporanea. Strange mercy è un disco incredibile, per la cura con cui è costruito, per la quantità di sfumature che contiene, per la forza dirompente racchiusa al suo interno, trasmessa sempre sottotraccia. E sono convinto che per St. Vincent questo sia appena l’inizio.

Annunci

4 Risposte

Subscribe to comments with RSS.

  1. miss_sneezy said, on 1 gennaio 2012 at 16:57

    Finora, la classifica che mi è stata più simpatica tra tutte quelle che ho letto!
    (tralasciando I Cani, che non capirò mai)

    • matteb83 said, on 1 gennaio 2012 at 17:22

      I Cani, si sa, dividono: è parte del loro successo. Comunque grazie :)

  2. Easy « Never mind the bee stings said, on 10 gennaio 2012 at 17:24

    […] listone di fine anno ho accennato allo strano caso dei Real Estate. Non mi avevano mai convinto né coinvolto con i […]

  3. […] stato uno dei miei dischi preferiti dell’anno passato e funziona ancora alla perfezione per accompagnare la bella stagione. Parlo di Music Sounds Better […]


Commenta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...