Never mind the bee stings

Nuova visibilità

Posted in Collegamenti, Gli internets by matteb83 on 15 novembre 2012

Due casi negli ultimi tre giorni,  molti altri ce ne sono stati in passato e chissà quanti altri ne arriveranno in futuro. Politici che straparlano dai loro account personali su Twitter o Facebook creando indignazione e puntualmente finendo sui giornali. L’altro ieri era stato il consigliere comunale del Pdl di Vigevano Andrea Di Pietro con un suo triste tweet contro Vendola, oggi è il consigliere di quartiere – sempre Pdl – di Bologna Alessandro Dalrio a dare (con grande originalità) del terùn via Facebook al sindaco di Bologna Virginio Merola.

Da quando i social network sono finiti tra le mani dei politici la pratica si è ampiamente diffusa, e sempre con le stesse modalità: l’insulto postato in sordina sul proprio account personale, a cui segue lo stupore per la reazione indignata di pubblico e stampa, a cui seguono (solo in alcuni casi) delle scuse un po’ piccate  e comunque polemiche.

Spesso si tratta di palesi errori di valutazione, dettati dal fatto che un’ampia fetta degli utenti di Twitter e Facebook – e i politici non fanno eccezione – scrive e posta dimenticandosi di trovarsi in uno spazio pubblico, visibile e accessibile sostanzialmente da tutti. Le tante polemiche legate alla privacy dei social network e le tante raccomandazioni in merito che vengono ripetute – con scarsi risultati – agli utenti derivano da questo evidente problema.

Mi pare però che questo primo periodo – chiamiamolo dell’innocenza – stia rapidamente lasciando il campo a una nuova forma molto più maliziosa di utilizzo politico dei social network. E’ una coincidenza strana – per dire – che Andrea Di Pietro un paio di giorni dopo il suo exploit su Twitter abbia annunciato la sua candidatura alla primarie del Pdl. Da anonimo consigliere comunale a candidato alla guida nazionale del suo partito nello spazio di un semplice (e stupido) tweet.

Il meccanismo è rodatissimo nella comunicazione politica: si fa una dichiarazione esagerata, sciocca, offensiva; grazie alle reazioni indignate si guadagna l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica; eventualmente poi si fa un passo indietro per salvaguardare un briciolo di credibilità, smentendo o ridimensionando (“Sono stato frainteso”) la dichiarazione iniziale. Tutto questo, fino a qualche mese fa, funzionava soltanto se si disponeva di una visibilità abbastanza consolidata. Per attivare il meccanismo occorreva che la stampa rilanciasse la dichiarazione iniziale e la stampa segue perlopiù i nomi noti della politica, infischiandosene del primo consigliere comunale che passa.

Con Twitter e Facebook le cose cambiano: il meccanismo è diventato improvvisamente a disposizione di tutti, volti noti, meno noti e del tutto ignoti. Questo perché le reazioni nei social network sono in grado di moltiplicarsi in modo esponenziale, retweet dopo retweet, commento dopo commento, e creare in breve tempo una discussione abbastanza ampia da giustificare una notizia. E la notizia – come spiega proprio oggi con la consueta lucidità Fabio Chiusi – nasce dal tecnoentusiasmo che ha colpito negli ultimi tempi i giornali: quello che compare sui social network e il modo in cui questi vengono utilizzati sono diventati oggetto di un’attenzione spesso sproporzionata da parte dei media. E’ così che si alimenta il meccanismo delle dichiarazioni sciocche, ed è così che un anonimo consigliere comunale può scrivere oggi una stupidaggine su Twitter e candidarsi domani a leader di partito.

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