Never mind the bee stings

Snobbati e sconosciuti, perlopiù. I miei dischi del 2015

Posted in Nastroni, Solo canzonette by matteb83 on 30 dicembre 2015

listadischi2015

Mi piace molto leggere le classifiche dei dischi di fine anno: finisco sempre per trovare qualche album interessante, a volte persino formidabile, che mi era sfuggito. Per dire, ne ho recuperati un paio, molto belli, solo nella giornata di ieri.

E mi piace molto anche compilare la mia personale classifica, soprattutto perché ogni volta mi accorgo che fare il punto dei dischi che più mi hanno accompagnato negli ultimi dodici mesi non vuol dire altro che fare il punto di quello che ho fatto e che mi è successo negli ultimi dodici mesi. Le due cose, ancora oggi, viaggiano perfettamente in parallelo e riscoprire, anno dopo anno, il perdurare di questa connessione è in qualche modo prezioso e consolatorio al tempo stesso.

La classifica per questo 2015, me ne rendo perfettamente conto, è abbastanza bizzarra: manca tutta una serie di dischi acclamatissimi ed è piena in compenso di album snobbati e pochissimo considerati, se non del tutto ignorati (almeno per quel che mi è capitato di leggere in giro). Nonostante questo, individuare i miei venti dischi del 2015 è stato sorprendentemente semplice, questione di pochi minuti. Il che, di solito, è un buon segno.

La lista è qui sotto, e come di consueto c’è anche un nastrone che mette insieme una canzone per ognuno dei venti dischi presenti. Lo si ascolta comodamente in streaming qui.

20. Belle and Sebastian – Girls in Peacetime Want to Dance
Il 2015 è stato l’anno del mio primo concerto dei Belle and Sebastian: era nella mia personale lista di “band da vedere dal vivo almeno una volta nella vita” da più di un decennio. Ed è stato formidabile. Questo loro nuovo disco non è perfetto, ma contiene, come sempre, una serie di canzoni di cui è difficile non innamorarsi. Intanto abbiamo già i biglietti per andarli a vedere di nuovo. Questa volta alla Royal Albert Hall di Londra, il prossimo giugno.

19. Any Other – Silently. Quietly. Going Away
Lo scorso inverno, quando l’ho vista suonare solo voce e chitarra da Zoo, a Bologna, non sapevo nulla di Any Other, se non che era il nuovo volto di Adele Nigro delle Lovecats. Quel suo piccolo concerto mi piacque molto, ma non avrei mai immaginato che da quelle canzoni semplici potesse uscire un disco tanto duro e sincero, legato a un modo di fare musica a cuore aperto di cui, purtroppo, si sono rimaste poche tracce dopo la fine degli anni ’90.

18. Death Cab For Cutie – Kintsugi
Altro nome cancellato quest’anno dalla personale lista “band da vedere dal vivo almeno una volta nella vita”. L’occasione è stata un concerto a fine giugno, al Bataclan di Parigi. E visto quanto successo pochi mesi più tardi, il ricordo di quella serata è finito avvolto in toni cupi. Il disco, però, resta più che piacevole, ennesima conferma di una band che sa come scrivere belle canzoni.

17. Stealing Sheep – Not Real
Sorpresa assoluta. Il programma del Green Man Festival (a fine agosto, in Galles) le vendeva come band psych-folk e a loro avevo preferito un altro dei tanti nomi in cartellone. La pioggia però mi ha costretto a cambiare i piani e quando, per puro caso, me le sono ritrovate davanti, sono rimasto folgorato dal loro pop elettronico essenziale e irresistibile, che guarda a un passato lontano e alla sua vecchia idea, allora luminosa, di futuro.

16. Holly Miranda – Holly Miranda
Il suo è uno di quei nomi ricorrenti su cui si finisce ogni volta per sorvolare: ci sono sempre cose più importanti che catturano l’attenzione. Non ricordo, quindi, come mi sia venuto in mente di ascoltare questo disco per la prima volta. Ma ricordo molto bene, da subito, la sensazione di essere davanti a un album inatteso, per la cura negli arrangiamenti e per il peso delicato di ogni singola canzone. È uno di quei dischi preziosi, da soppesare con attenzione, su cui è bello concentrarsi nel seguire il percorso delle note mentre viaggiano e si intrecciano in disegni sempre nuovi.

15. Kill The Vultures – Carnelian
Ci ho provato ad ascoltarlo, più di una volta, e di nuovo anche recentemente, ma questo tanto acclamato To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar non è riuscito a conquistarmi. Per quanto riguarda l’hip-hop il mio 2015 è stato invece l’anno di Straight Outta Compton, film a suo modo perfetto che mi ha dato l’occasione di riscoprire il formidabile esordio degli N.W.A. Ed è stato l’anno del ritorno dei Kill The Vultures, che con Carnelian fanno un nuovo ampio passo avanti nella loro idea affascinante di rap cupo e soffocato, confuso tra beat eterei e jazz ossessivo.

14. Grimes – Art Angels
Un disco elettro-pop con canzoni immediate e ritornelli che entrano in testa al primo ascolto. Ma anche un disco difficile, complesso, a tratti perfino respingente. Sta probabilmente in questa ambivalenza il fascino di Art Angels, la sua capacità di mostrare, senza barriere e senza quasi volerlo, lo spirito contorto di questi tempi.

13. Best Coast – California Nights
Soprattutto, mi piacciono i dischi pop con belle canzoni, semplici, e con melodie cristalline. I Best Coast questo hanno sempre fatto e continuano a fare. Nel caso di California Nights, con l’aggiunta di una produzione limpida e curata che fa risaltare ancora di più le innegabili doti di scrittura della coppia Betany Cosentino e Bobb Bruno.

12. Chvrches – Every Open Eye
Per qualche motivo non avevo molta fiducia in questo secondo disco dei Chvrches. Il loro esordio era stato tanto dirompente e singolare che ogni idea di un seguito sembrava poter essere solo deludente. Mi sbagliavo, ovviamente. Perché Every Open Eye, alla fine, non fa altro che riprendere lo stesso elettro-pop fulmineo dell’esordio e spingerlo un poco avanti, senza stravolgere nulla, al tempo stesso, in una formula che è perfetta così com’è.

11. Dele Sosimi – You No Fit Touch Am
Il 2015 è stato anche l’anno del definitivo ritorno sulle scene dell’afrobeat, tra funk e jazz sperimentale. All’epica free di Kamasi Washington, però, ho preferito decisamente i ritmi contagiosi di Dele Sosimi, uno che ha suonato con Fela Kuti e che non pubblicava un disco nuovo da almeno un decennio. Afrobeat d’altri tempi e insieme assolutamente al passo coi tempi. Ipnotico, enigmatico, frenetico e, quando serve, persino gioioso.

10. Warm Soda – Symbolic Dream
Non sembra che molti si siano accorti di questo disco nuovo dei Warm Soda, e non mi è chiaro il perché. Il genere è passato di moda? Forse. Ma la capacità di scrivere una tale sequenza ininterrotta di piccole hit garage-pop non è da tutti. Per giunta se ammantate, come sono, da un’adorabile aria di rassegnata noncuranza.

9. Natalie Prass – Natalie Prass
Al Green Man Festival c’era anche lei. Ha suonato un pomeriggio sul palco più grande e ha fatto un po’ la diva, anche se forse non era l’occasione migliore per permetterselo. La musica, però, anche senza la sontuosità orchestrale degli arrangiamenti su disco, è stata capace di lasciarmi comunque senza fiato. Pop classico e d’altri tempi, ma anche il tono dolente e sommesso del Nick Drake più delicato, per una voce e un talento che non hanno fatto che brillare per tutto questo 2015.

8. Sara Lov – Some Kind of Champion
Non ho mai avuto modo di scambiare con lei più di qualche imbarazzata parola, ma per me Sara Lov è come uno di quei vecchi amici che, anche se senti raramente, ci sono sempre e ti aspettano, ogni volta che serve, con buone parole da regalare. Anche per questo, sono molto orgoglioso di aver dato il mio piccolissimo contributo per finanziare Some Kind of Champion: un gesto semplice che è stato ricompensato in pieno, permettendomi di fare un regalo molto bello a una persona speciale e di ricevere al tempo stesso in cambio un disco altrettanto incantevole.

7. Someone Still Loves You Boris Yeltsin – The High Country
Quando è morto Boris Yeltsin i Someone Still Loves You Boris Yeltsin hanno diramato un comunicato per specificare che, nonostante il triste decesso, la band non avrebbe cambiato nome. Oltreché molto divertente, quel gesto sottolineava una intransigenza e una coerenza – seppur autoironica – che ai tempi mi aveva molto colpito. E che ho ritrovato in pieno nel power pop ispirato di The High Country, capace di andare dritto al punto, senza fronzoli e inutili sovrastrutture. Sincero e immediato come pochi hanno il coraggio di essere di questi tempi.

6. Mac DeMarco – Another One
Il titolo del disco – un altro – è giustissimo e sbagliatissimo al tempo stesso. Il che è perfettamente in linea con il personaggio di Mac DeMarco. Lui che era già stato autore di uno dei dischi migliori del 2014 (Salad Days) e che è tornato, come se nulla fosse, pochi mesi più tardi, con questo seguito, tentando di farlo passare per un mini-album di poco conto. Ma fallendo miseramente nella sua goffa ricerca di understatement. Another One, invece, contiene una manciata di canzoni dall’anima fragile, sorrette da un talento pop geniale che prova continuamente a nascondersi dietro al divano di casa, senza mai riuscirci del tutto.

5. Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit
Le lodi di questo disco sono già state cantate in lungo e in largo: i testi e le rime brillanti, l’atmosfera compiutamente slacker, il garage-pop a tratti frenetico e a tratti quasi da hit parade anni ’90. Credo di averlo ascoltato ovunque sia stato in questo 2015: in casa e al lavoro, al mare e in Islanda, a Londra e in Georgia. In tutti i casi, ogni volta, è suonato del tutto fuori posto, inadatto, inadeguato. E ogni volta non ha smesso di piacermi tantissimo. Credo sia questo il segreto del suo successo.

4. Westkust – Last Forever
Lo ammetto: all’inizio non avevo creduto ai Westkust. Il loro shoegaze mi sembrava troppo scuro, respingente, sbilanciato. È servito qualche ascolto extra per farmi cambiare, di colpo, decisamente idea. E il loro piccolo concerto acustico di qualche settimana fa, qui a Bologna, non ha fatto altro che far emergere con chiarezza l’orecchio sorprendente di questa banda di giovani svedesi per certe strane e contagiose melodie.

3. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell
Sono convinto che Sufjan Stevens avrebbe potuto scrivere magari non esattamente questo disco, ma un disco altrettanto incredibile in un qualsiasi momento degli ultimi dieci anni. Ne sono convinto più o meno dalla prima volta che ho ascoltato John Wayne Gracy, Jr. Il problema è che, giustamente, non deve essere divertente tirare fuori canzoni tanto silenziose ed enormemente profonde. È lo sporco lavoro che, di norma, deleghiamo agli artisti. A noi, piccoli codardi che non siamo altro, resta solo il piacere di ascoltare quando tutto è finito.

2. Eternal Summers – Gold and Stone
Per non so bene quale ragione non ero mai riuscito ad ascoltare con la giusta attenzione The Drop Beneath, il precedente disco degli Eternal Summers, e mi era rimasta a lungo la fastidiosa sensazione di aver mancato qualcosa, di essermi perso un momento in qualche modo importante. Fortunatamente non sono riuscito a ripetere lo stesso errore con Gold and Stone, che, ho così scoperto, è un disco di indie pop luminoso e spesso sorprendente. Amichevole e spiazzante al tempo stesso, piacevole ma mai scontato. Un ascolto che ogni volta, finalmente, lascia sereni e appagati.

1. All We Are – All We Are
Dentro al mio disco dell’anno c’è tanta black music, dal funk al soul, ma anche un’anima fredda e sintetica. Ci sono diverse idee di pop psichedelico, ma anche ritmi frenetici e sincopati. Non credo di essere mai riuscito a spiegare bene di che roba si tratti a tutte le persone a cui ho provato a consigliarlo nell’ultimo anno. Il modo migliore per riuscire a capirci qualcosa è quello di riuscire a vederli dal vivo, gli All We Are. Che al Green Man Festival hanno fatto un concerto divertentissimo e travolgente, riuscendo in un attimo a contagiare tutti i presenti con le mille belle contraddizioni della loro musica. Una volta davanti al fatto compiuto non c’è molto altro da spiegare.

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