Never mind the bee stings

Montagne di mappe

Posted in Senza Categoria by matteobenni on 12 gennaio 2016

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Rilievi, isole e paesaggi montuosi creati utilizzando carte stradali e mappe topografiche. Le opere sono dell’artista cinese Ji Zhou, che si diverte anche a creare paesaggi urbani (palazzi, grattacieli) impilando libri uno sopra l’altro.

Immutabili

Posted in Effetti speciali, Parole, Solo canzonette by matteobenni on 11 gennaio 2016

Seu Jorge è un musicista brasiliano che nel 2004, nel film di Wes Anderson Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ha interpretato il ruolo di Pelé dos Santos: un marinaio che per tutta la durata della pellicola non fa che suonare e cantare, con solo voce e chitarra, canzoni di David Bowie tradotte in portoghese. Quelle canzoni sono la colonna sonora del film, e quel film ha una delle colonne sonore più belle di tutti i tempi.

Parlare di David Bowie – oggi, ieri, domani – significa parlare di un intero universo: tanto è stato immenso il suo talento. Un universo musicale, di idee brillanti, intuizioni geniali, salti in avanti, riflessioni acute, scarti laterali, viaggi interstellari. Un universo, anche, personale. Nel senso di personaggio più che di persona. La sua è stata una maschera capace di mutare, di stravolgersi, di cambiare costantemente, e capace di piegare le mode e i tempi al suo volere. Un alieno venuto dallo spazio, un folle signore dei goblin, un illuminato scienziato costretto all’esilio.

Bowie ha fatto tutto questo, è stato tutto questo. Ma la cosa più sorprendente è un altra: Bowie è sempre rimasto soltanto Bowie. Inconfondibile nei suoi mille volti, inconfondibile nonostante i suoi mille volti.

Così, quando questa mattina presto la radio ha annunciato la triste notizia della sua morte, tra un’infinita scelta di canzoni straordinarie, mi è comparso davanti agli occhi Seu Jorge, vestito da Pelé dos Santos, seduto da qualche parte a bordo della Belafonte. La sua Changes è impregnata di quella malinconia svogliata che sembra poter esistere solo in terre portoghesi, ma che è semplicissimo fare propria in un istante.

Parlare di David Bowie – oggi, ieri, domani – significa parlare di un intero universo. Uno spazio vasto pieno di oggetti splendenti capaci, come Bowie, di mutare costantemente e rimanere costantemente immutati. Immutabili, che Bowie ci sia oppure no. E per farli propri basta solamente saperli afferrare.

L’eredità

Posted in Collegamenti, Verde by matteobenni on 8 gennaio 2016

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La generalizzata e persistente indifferenza dell’umanità nei confronti del cambiamento climatico (e del rispetto dell’ambiente in generale) è un elemento che ho sempre trovato molto affascinante, oltre che, come ovvio, deprimente e preoccupante. L’immagine, poco gentile ma azzeccatissima, che si può associare alla questione è quella classica dello sputare nel piatto in cui si mangia. Nonostante questo, però, il livello di preoccupazione continua a restare sorprendentemente basso: l’importante è continuare a mangiare, senza curarsi troppo di cosa nel frattempo è finito nel piatto.

Certo, qualche passo avanti negli ultimi anni è stato fatto, soprattutto verso una generale consapevolezza nell’opinione pubblica dell’esistenza del problema e della sua pericolosità. Ma sono risultati tutto sommato molto piccoli, soprattutto se confrontati all’enorme dispendio di risorse ed energie spese per raggiungerli. Il tema è ampio e complesso, si dice sempre in questi casi. E questa chiara banalità diventa per tanti, tantissimi, quasi tutti la scusa perfetta su cui adagiarsi comodamente. Altri ci penseranno per noi.

Come sia possibile proseguire in maniera tanto ostinata e al tempo stesso tranquilla lungo un percorso evidentemente autodistruttivo non è cosa semplice da spiegare. E ancora più difficile è provare a immaginare prospettive nuove da cui inquadrare il problema che possano motivare le persone ad azioni concrete verso una nuova direzione.

Gli ultimi in ordine di tempo ad affrontare il tema sono stati Ezra Markowitz e Lisa Zaval, due ricercatori della Columbia University che in un intervento pubblicato pochi giorni fa sul Washington Post propongono un punto di vista differente: invece di cercare di sensibilizzare il pubblico dicendo di pensare al futuro dei figli e dei nipoti o buttando in campo l’economia (sgravi fiscali, posti di lavoro), potrebbe essere più efficace parlare di eredità. Come vuoi essere ricordato? Che immagine vuoi lasciare di te?

L’idea, va detto, non è rivoluzionaria e, a quanto pare, lo studio su cui i due ricercatori basano la loro ipotesi non è esattamente a prova di bomba. Visto, però, che gli altri approcci sembrano non dare grandi risultati, perché non provare? Del resto, la vanità, l’orgoglio e il giudizio degli altri sono armi molto potenti, perfettamente in grado di modificare idee e comportamenti.

Niente più salviamo il pianeta, quindi, anche perché il pianeta non va da nessuna parte: siamo noi quelli in pericolo. E se il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti è troppo lontano perché ci venga in mente di trattarlo con cura, pensiamo a come la società dei nostri figli e dei nostri nipoti si ricorderà di noi: delle persone assennate e responsabili o dei terribili cretini?

Ogni adolescenza

Posted in Proiezioni by matteobenni on 6 gennaio 2016

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Principalmente, l’adolescenza è confusione. È il tempo in cui, finalmente, puoi dirti grande, ma al tempo stesso non vuoi crescere. Il mondo adulto è a portata di mano e hai una voglia matta di entrarci a capofitto, di farti sentire, di cambiare le cose, di mostrare a tutti chi sei. Il problema è che di tutte queste cose, ancora, non ne hai la più pallida idea.

In una scena centrale di Diary of a Teenage Girl, Minnie – la protagonista quindicenne interpretata con perfetta spaesatezza dalla brava Bel Powely – chiede a Monroe, compagno della madre di Minnie che con Minnie sta avendo una relazione clandestina, cosa pensa di lei e cosa intende fare per la loro situazione. Quando Monroe – un Alexander Skarsgård inetto, confuso, smagrito e baffuto – risponde con qualche frase sospesa e parole di circostanza, Minnie lo attacca spiegando che non ne vuole sapere di “messaggi in codice da persone adulte”: vuole la verità così com’è, senza veli e colori sfumati. Vuole chiarezza e, ovviamente, non l’avrà.

Marielle Heller, la regista, qui al suo debutto, racchiude con grazia in un film piccolo e imperfetto (in diversi passaggi la storia perde ritmo o gira a vuoto su se stessa) lo smarrimento, l’energia, le possibilità, la visione e i momenti di chiarezza che compongono il complesso paesaggio dell’adolescenza. E lo fa usando con intelligenza tre espedienti chiave. Il primo è la collocazione temporale: la storia si svolge alla fine degli anni ’70 chiudendo ogni possibile generalizzazione e inutile allarmismo sui sempre terribili “giovani d’oggi” (e guadagnando anche una colonna sonora fenomenale). Il secondo è l’uso di scene animate a rappresentare pensieri, sogni e incubi della protagonista: non certo una novità, soprattutto per il cinema indipendente, ma una pratica dosata qui con molta cura, giustificata dalla carriera di illustratrice/fumettista che Minnie è decisa ad avviare e ravvivata dall’aperta citazione del lavoro di Aline Kominsky, che a un certo punto diventa vera e propria co-protagonista (assente o quasi) del film. E poi c’è il sesso, il terzo espediente: il più dirompente e confusionario degli ingredienti adolescenziali, che qui diventa elemento chiave di guida attraverso un mondo caotico e senza punti di riferimento. Sia all’esterno, con la madre di Minnie – la sempre più brava Kristen Wiig – persa tra depressione e droghe, sia all’interno, nella testa piena di idee poco chiare di una ragazzina quindicenne piena di vita.

This Will Be

Posted in Senza Categoria by matteb83 on 2 gennaio 2016

Dispiace molto iniziare l’anno nuovo con una notizia tanto triste come la morte di Natalie Cole. Leggendo i tanti ricordi che sono pubblicati in questi giorni, vedo che di lei si ricorda soprattutto il disco Unforgettable… With Love, uscito nel 1991, in cui reinterpretava le canzoni del padre – il grandissimo Nat King Cole – che vendette circa 14 milioni di copie e vinse svariati Grammy.

A me piace invece ricordare il suo primo disco, che si chiama Inseparable e uscì nel 1975: un mix esaltante di jazz, soul, funk e R&B che riassumeva in sé il meglio della black music “classica” riuscendo a suonare al tempo stesso sorprendentemente moderno.

This Will Be (An Everlasting Love), il primo singolo estratto da quell’album, divenne un successo clamoroso e portò Natalie Cole alla fama. Oggi è una di quelle canzoni classiche e senza tempo, capaci di far svanire in attimo qualsiasi tristezza o malumore. Ideale, quindi, anche in questa occasione.