Never mind the bee stings

Ogni adolescenza

Posted in Proiezioni by matteobenni on 6 gennaio 2016

Diary-of-a-Teenage-Girl-

Principalmente, l’adolescenza è confusione. È il tempo in cui, finalmente, puoi dirti grande, ma al tempo stesso non vuoi crescere. Il mondo adulto è a portata di mano e hai una voglia matta di entrarci a capofitto, di farti sentire, di cambiare le cose, di mostrare a tutti chi sei. Il problema è che di tutte queste cose, ancora, non ne hai la più pallida idea.

In una scena centrale di Diary of a Teenage Girl, Minnie – la protagonista quindicenne interpretata con perfetta spaesatezza dalla brava Bel Powely – chiede a Monroe, compagno della madre di Minnie che con Minnie sta avendo una relazione clandestina, cosa pensa di lei e cosa intende fare per la loro situazione. Quando Monroe – un Alexander Skarsgård inetto, confuso, smagrito e baffuto – risponde con qualche frase sospesa e parole di circostanza, Minnie lo attacca spiegando che non ne vuole sapere di “messaggi in codice da persone adulte”: vuole la verità così com’è, senza veli e colori sfumati. Vuole chiarezza e, ovviamente, non l’avrà.

Marielle Heller, la regista, qui al suo debutto, racchiude con grazia in un film piccolo e imperfetto (in diversi passaggi la storia perde ritmo o gira a vuoto su se stessa) lo smarrimento, l’energia, le possibilità, la visione e i momenti di chiarezza che compongono il complesso paesaggio dell’adolescenza. E lo fa usando con intelligenza tre espedienti chiave. Il primo è la collocazione temporale: la storia si svolge alla fine degli anni ’70 chiudendo ogni possibile generalizzazione e inutile allarmismo sui sempre terribili “giovani d’oggi” (e guadagnando anche una colonna sonora fenomenale). Il secondo è l’uso di scene animate a rappresentare pensieri, sogni e incubi della protagonista: non certo una novità, soprattutto per il cinema indipendente, ma una pratica dosata qui con molta cura, giustificata dalla carriera di illustratrice/fumettista che Minnie è decisa ad avviare e ravvivata dall’aperta citazione del lavoro di Aline Kominsky, che a un certo punto diventa vera e propria co-protagonista (assente o quasi) del film. E poi c’è il sesso, il terzo espediente: il più dirompente e confusionario degli ingredienti adolescenziali, che qui diventa elemento chiave di guida attraverso un mondo caotico e senza punti di riferimento. Sia all’esterno, con la madre di Minnie – la sempre più brava Kristen Wiig – persa tra depressione e droghe, sia all’interno, nella testa piena di idee poco chiare di una ragazzina quindicenne piena di vita.

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