Never mind the bee stings

L’odioso Tarantino

Posted in Proiezioni by matteobenni on 2 febbraio 2016

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Alla base del cinema di Quentin Tarantino, da sempre, c’è un cortocircuito: un meccanismo elementare, principale responsabile di quel fascino senza tempo e al tempo stesso morboso che aleggia attorno e dentro i suoi film.

Da un lato, Tarantino ama il cinema. Lo ama con la passione estrema del fanatico. Ama il grande cinema classico, quello dei film maestosi e imponenti, quello delle grandi epopee. E ama il cinema di genere, di tutti i generi, tra misconosciuti registi e pellicole di culto. Ama tutto questo, tantissimo. E come tutti i fanatici, vuole che anche il resto del mondo capisca la grandezza di ciò che ama. Per questo, nei suoi film, immancabilmente, Tarantino cita, omaggia, copia, strizza l’occhio, ricostruisce.

Dall’altro lato, Tarantino è un distruttore di mondi. Uno capace di costruire complicati castelli di carte per il solo piacere di vederli crollare. E la violenza e il sangue che sempre abbondano nei suoi film sono specchio fedele di questo suo approccio al cinema: iperbolico, eccessivo, irreale.

L’amore per l’arte e l’artigianato del cinema da una parte, il ghigno storto di un bambino che maneggia storie e personaggi come un piccola, sadica divinità dall’altra.

Dopo l’epico Kill Bill e il programmatico Death Proof, Tarantino ha abbandonato le ambientazioni contemporanee per gettarsi ancora più a fondo nel cinema di genere: film di guerra, con Inglourious Basterds, e western, con Django Unchained e l’ultimo The Hateful Eight. Ma non molto, in verità è cambiato. E quella doppia faccia, quel cortocircuito che rende i film di Tarantino al tempo stesso inimitabili e riconoscibilissimi è sempre rimasto. Tanto che lo stesso Tarantino ormai gioca apertamente con questo equilibrio, girando film il 70 millimetri e chiudendo otto cattivissimi dentro una piccola stanza.

Guardare un film di Quentin Tarantino senza voler stare alle regole di Quentin Tarantino è come giocare una partita di calcio e pretendere di correre in porta con il pallone in mano. Non solo non ha alcun senso, ma il gioco, giocato così, non è più divertente.

Per questo motivo, probabilmente, nonostante il culto, il successo e gli applausi, Tarantino non sarà mai considerato un vero e proprio “grande maestro del cinema”, ma resterà sempre una singolare parentesi, un mondo a parte. Indimenticabile e importantissimo, certo, ma separato dal resto.

È il prezzo da pagare per essere Quentin Tarantino. A lui, sono certo, non dispiace affatto. A me, dopo tre ore spassose e terribili in compagnia degli odiosi otto, nemmeno.

Ogni adolescenza

Posted in Proiezioni by matteobenni on 6 gennaio 2016

Diary-of-a-Teenage-Girl-

Principalmente, l’adolescenza è confusione. È il tempo in cui, finalmente, puoi dirti grande, ma al tempo stesso non vuoi crescere. Il mondo adulto è a portata di mano e hai una voglia matta di entrarci a capofitto, di farti sentire, di cambiare le cose, di mostrare a tutti chi sei. Il problema è che di tutte queste cose, ancora, non ne hai la più pallida idea.

In una scena centrale di Diary of a Teenage Girl, Minnie – la protagonista quindicenne interpretata con perfetta spaesatezza dalla brava Bel Powely – chiede a Monroe, compagno della madre di Minnie che con Minnie sta avendo una relazione clandestina, cosa pensa di lei e cosa intende fare per la loro situazione. Quando Monroe – un Alexander Skarsgård inetto, confuso, smagrito e baffuto – risponde con qualche frase sospesa e parole di circostanza, Minnie lo attacca spiegando che non ne vuole sapere di “messaggi in codice da persone adulte”: vuole la verità così com’è, senza veli e colori sfumati. Vuole chiarezza e, ovviamente, non l’avrà.

Marielle Heller, la regista, qui al suo debutto, racchiude con grazia in un film piccolo e imperfetto (in diversi passaggi la storia perde ritmo o gira a vuoto su se stessa) lo smarrimento, l’energia, le possibilità, la visione e i momenti di chiarezza che compongono il complesso paesaggio dell’adolescenza. E lo fa usando con intelligenza tre espedienti chiave. Il primo è la collocazione temporale: la storia si svolge alla fine degli anni ’70 chiudendo ogni possibile generalizzazione e inutile allarmismo sui sempre terribili “giovani d’oggi” (e guadagnando anche una colonna sonora fenomenale). Il secondo è l’uso di scene animate a rappresentare pensieri, sogni e incubi della protagonista: non certo una novità, soprattutto per il cinema indipendente, ma una pratica dosata qui con molta cura, giustificata dalla carriera di illustratrice/fumettista che Minnie è decisa ad avviare e ravvivata dall’aperta citazione del lavoro di Aline Kominsky, che a un certo punto diventa vera e propria co-protagonista (assente o quasi) del film. E poi c’è il sesso, il terzo espediente: il più dirompente e confusionario degli ingredienti adolescenziali, che qui diventa elemento chiave di guida attraverso un mondo caotico e senza punti di riferimento. Sia all’esterno, con la madre di Minnie – la sempre più brava Kristen Wiig – persa tra depressione e droghe, sia all’interno, nella testa piena di idee poco chiare di una ragazzina quindicenne piena di vita.

Dance like it’s 1994

Posted in Effetti speciali, Proiezioni, Solo canzonette by matteobenni on 12 giugno 2014

Anche Clint Eastwood sbaglia

Posted in Effetti speciali, Proiezioni, Scemenze by matteobenni on 14 maggio 2014

Buona la prima

Posted in Collegamenti, Proiezioni by matteobenni on 28 settembre 2013

Ammorbidente spaziale

Posted in Proiezioni, Solo canzonette by matteobenni on 12 giugno 2013

 

Ryan Mauskopf è non solo un bravo illustratore e graphic designer, ma anche un ottimo musicista che si cela dietro il nome Professor Soap. La sua ultima canzone si chiama Spacetime Fabric Softener e abbinata al video in animazione diventa un’avventura spaziale pop-psichedelica da fare invidia a Star Trek.

Don’t forget, don’t forget

Posted in Proiezioni, Solo canzonette by matteobenni on 10 maggio 2013

 

Un altro disco molto bello uscito in questa prima metà del 2013 è Evil Coast dei Mary Onettes. Don’t Forget è la mia traccia preferita – ottimo compendio del passato e del presente della band svedese –  e ora ha anche un video.

Stop taking my time

Posted in Proiezioni by matteobenni on 23 aprile 2013

 

Alla fine è arrivato anche il video – fascinoso e tutto in controluce – del nuovo singolo dei Club 8.

Turning dust into diamonds

Posted in Proiezioni by matteb83 on 18 gennaio 2013

Breaking The Wire

Posted in Proiezioni by matteb83 on 27 dicembre 2012


Stagione per stagione, la sigla di Breaking Bad come se fosse The Wire.

Un gran bel mash-up per due delle migliori serie tv di sempre.