Never mind the bee stings

L’eredità

Posted in Collegamenti, Verde by matteobenni on 8 gennaio 2016

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La generalizzata e persistente indifferenza dell’umanità nei confronti del cambiamento climatico (e del rispetto dell’ambiente in generale) è un elemento che ho sempre trovato molto affascinante, oltre che, come ovvio, deprimente e preoccupante. L’immagine, poco gentile ma azzeccatissima, che si può associare alla questione è quella classica dello sputare nel piatto in cui si mangia. Nonostante questo, però, il livello di preoccupazione continua a restare sorprendentemente basso: l’importante è continuare a mangiare, senza curarsi troppo di cosa nel frattempo è finito nel piatto.

Certo, qualche passo avanti negli ultimi anni è stato fatto, soprattutto verso una generale consapevolezza nell’opinione pubblica dell’esistenza del problema e della sua pericolosità. Ma sono risultati tutto sommato molto piccoli, soprattutto se confrontati all’enorme dispendio di risorse ed energie spese per raggiungerli. Il tema è ampio e complesso, si dice sempre in questi casi. E questa chiara banalità diventa per tanti, tantissimi, quasi tutti la scusa perfetta su cui adagiarsi comodamente. Altri ci penseranno per noi.

Come sia possibile proseguire in maniera tanto ostinata e al tempo stesso tranquilla lungo un percorso evidentemente autodistruttivo non è cosa semplice da spiegare. E ancora più difficile è provare a immaginare prospettive nuove da cui inquadrare il problema che possano motivare le persone ad azioni concrete verso una nuova direzione.

Gli ultimi in ordine di tempo ad affrontare il tema sono stati Ezra Markowitz e Lisa Zaval, due ricercatori della Columbia University che in un intervento pubblicato pochi giorni fa sul Washington Post propongono un punto di vista differente: invece di cercare di sensibilizzare il pubblico dicendo di pensare al futuro dei figli e dei nipoti o buttando in campo l’economia (sgravi fiscali, posti di lavoro), potrebbe essere più efficace parlare di eredità. Come vuoi essere ricordato? Che immagine vuoi lasciare di te?

L’idea, va detto, non è rivoluzionaria e, a quanto pare, lo studio su cui i due ricercatori basano la loro ipotesi non è esattamente a prova di bomba. Visto, però, che gli altri approcci sembrano non dare grandi risultati, perché non provare? Del resto, la vanità, l’orgoglio e il giudizio degli altri sono armi molto potenti, perfettamente in grado di modificare idee e comportamenti.

Niente più salviamo il pianeta, quindi, anche perché il pianeta non va da nessuna parte: siamo noi quelli in pericolo. E se il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti è troppo lontano perché ci venga in mente di trattarlo con cura, pensiamo a come la società dei nostri figli e dei nostri nipoti si ricorderà di noi: delle persone assennate e responsabili o dei terribili cretini?

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Quattro vulcani

Posted in Verde by matteb83 on 4 febbraio 2013

 

Quando si tratta di lanciare dadi e spostare carrarmatini tutti la vogliono, ma la Kamchatka – quella vera – non è esattamente una regione ospitale e facile da raggiungere. E lo è ancora meno a partire da fine novembre, quando quattro vulcani che sorgono nel raggio di appena 180 chilometri hanno iniziato ad eruttare simultaneamente. Un evento eccezionale che, come sempre capita in questi casi, non manca di regalare molte immagini spettacolari. Quelle del video qui sopra sono state riprese dal gruppo di fotografi russi AirPano.

Tribalismo al contrario

Posted in Collegamenti, Gli internets, Serietà, Verde by matteb83 on 14 novembre 2012

Un articolo uscito ieri su GOOD, firmato da Dave Burdick, contiene una considerazione sulla comunicazione in ambito scientifico che ho trovato illuminate, non solo nel contesto in cui è inserita, ma anche – forse soprattutto – se estrapolata e applicata al mondo della comunicazione online e non solo.

L’articolo riassume una discussione partita in rete giorni fa da questa riflessione di David Roberts su Grist. Roberts parla del collegamento che in molti hanno avanzato tra il cambiamento climatico e l’uragano Sandy e in particolare fa riferimento a un breve saggio del climatologo Thomas Crowley, ripreso anche dal New York Times.

Crowley parla di Reverse Tribalism – tribalismo al contrario – riferendosi alla pratica diffusa tra molti scienziati, ma anche tra i giornalisti scientifici e tanti semplici commentatori, di ammonire chi addita il cambiamento climatico come causa di questo o quel fenomeno meteorologico, suggerendo che quell’accostamento sia una semplificazione e che non ci siano (ancora) abbastanza prove scientifiche per poterlo sostenere con certezza.

Il fatto cruciale della questione è che in questo caso entrambe le parti in causa – gli attivisti preoccupati da un lato e gli scienziati e giornalisti coscienziosi dall’altro – non hanno dubbi sul fatto che ci sia un cambiamento climatico in atto, che la cosa sia preoccupate e che vadano prese al più presto misure efficaci per contrastarlo. Entrambi i gruppi in poche parole appartengono alla stessa tribù. Il problema – spiega Roberts – è che i primi dicono una cosa scientificamente non accurata (in questo caso che l’uragano Sandy è stato causato dal cambiamento climatico) con l’intento di sensibilizzare il più possibile l’opinione pubblica sul problema, mentre i secondi rimproverano i primi per la scarsa correttezza scientifica delle loro parole (la versione corretta, dicono, è che il cambiamento climatico può essere una delle cause dell’uragano Sandy).

Gli scienziati e i giornalisti coscienziosi che ad un allarme lanciato con qualche esagerazione reagiscono con un pacato e ragionevole “non è proprio così”, insomma, sono i protagonisti del tribalismo inverso: fanno parte della stessa tribù degli attivisti, ma cercano di prenderne le distanze per timore di essere visti troppo partigiani e perdere la propria credibilità. Così facendo però annacquano il messaggio da lanciare all’opinione pubblica in un linguaggio scientifico poco incisivo, riducendone l’impatto in modo considerevole. E’ importante notare che in questo meccanismo non c’è un buono e un cattivo, una scelta giusta e una sbagliata: entrambi hanno le loro, buone, ragioni. Quella che viene sollevata è una questione di strategia e di gestione dei rapporti tra le due posizioni.

L’analisi di Crowley e di Roberts è interessante nel suo fare luce su un cortocircuito molto diffuso quando si parla di cambiamento climatico. Ma ancora più interessante a mio parere è che la dinamica del tribalismo al contrario si può applicare con facilità anche al di fuori del campo scientifico-meteorologico. In particolare mi pare che larga parte delle discussioni che avvengono quotidianamente in rete, sui social network, negli spazi dedicati ai commenti, ma anche tra autori di post e giornalisti nasca da questo – chiamiamolo così – malinteso. Il più delle volte il tema centrale è condiviso e le posizioni sono più o meno comuni, ma da un lato c’è chi spinge sulla retorica a scapito dei dettagli e dall’altro chi puntualizza e ammorbidisce i toni. Di nuovo, il più delle volte nessuna delle due posizioni è sbagliata in sé, ma semplicemente essere consapevoli di questo meccanismo può aiutare ad evitare che la discussione divampi in uno scontro senza fine e spesso dannoso per tutti.

Energia sprecata

Posted in Effetti speciali, Verde by matteb83 on 22 ottobre 2012

 

La Perpetual Energy Wasting Machine, ideata da Niklas Roy, fa esattamente quello che promette: spreca energia. Attraverso un sistema di leve e carrucole, la macchina è capace di tenere in costante movimento un ascensore, alimentandosi dell’energia prodotta dall’apertura e chiusura delle porte dell’ascensore stesso.

Dato che siamo gente precisa, poi, dentro l’ascensore c’è una calcolatrice che tiene il conto dei kilojoule buttati. E non a caso, i risultati finiscono nel cestino.

Via today and tomorrow.

Il mare nel deserto

Posted in Parole, Proiezioni, Verde by matteb83 on 29 giugno 2012

Un centinaio di anni fa, nella Coachella Valley, in California del sud, il fiume Colorado ruppe un canale di irrigazione, straripando in una regione chiamata Salton Sink. L’allagamento continuò per due anni, ed essendo Salton Sink una zona depressiva, le acque del fiume finirono per creare un lago – lungo cinquanta chilometri e largo quindici – che finì per chiamarsi Salton Sea.

La regione – fino a quel momento praticamente sconosciuta – divenne in poco tempo un luogo di villeggiatura, con tanto di spiagge, centri balneari e villaggi attrezzati per accogliere i turisti. Un piccolo mare in mezzo al deserto.

Ma c’era un problema. Anzi due. Il primo consisteva nel fatto che l’acqua che andava ad alimentare il lago non aveva uno sbocco, rendendolo di fatto un grande stagno. Il secondo erano gli agricoltori, che usavano le acque del Salton Sea per irrigare i campi, ma usavano anche pesticidi chimici, che inevitabilmente finivano per inquinare il lago.

Anno dopo anno il Salton Sea inizio a ritirarsi e i pesci che l’avevano popolato a morire. E anche i turisti, ovviamente, iniziarono ad essere sempre meno. I vari villaggi che erano sorti sulle rive del lago furono abbandonati definitivamente negli anni ’80. I loro resti – spettrali e in qualche modo affascinanti – sono mostrati in un bel video firmato dal fotografo, scrittore e documentarista Jim Lo Scalzo.

 

Secondo lo stato della California, il Salton Sea continuerà a ritirarsi. Nel giro di vent’anni si rimpicciolirà del 60 per cento. E ritirandosi lascerà esposti al suolo i residui dei pesticidi che l’hanno inquinato (arsenico e altri materiali chimici pericolosi), con il rischio che i venti – da quelle parti soffiano forti – finiscano per spargerli in tutta la California del sud.

Walk this way

Posted in Collegamenti, Verde by matteb83 on 21 giugno 2012

Da qualche settimana a Bologna è partita una lodevole iniziativa chiamata T Days. Significa che il sabato e la domenica le tre principali strade del centro storico (via Ugo Bassi, via Rizzoli e via Indipendenza – che sulla pianta della città si incrociano formando, appunto, una T) vengono chiuse al traffico, sia privato che pubblico, e possono essere attraversate solo da pedoni e ciclisti.

Al di là delle inutili polemiche che inevitabilmente sono nate (commercianti ottusi vs. il buon senso), l’idea è intelligente, funziona bene e trasporta la città un po’ più vicino al resto del mondo civilizzato. Favorire i percorsi pedonali e ciclabili è un’esigenza che non si può più rimandare.

Per continuare su questo percorso, un’altra buona idea arriva da Raleigh, North Carolina. Il progetto – finanziato con Kickstarter – si chiama Walk [Your City] ed è molto semplice: dotare gli incroci della città di segnali stradali per pedoni che indicano non solo le destinazioni principali ma anche quanti minuti distano a piedi. In più c’è un codice QR che punta alla mappa del percorso da fare. Guerrilla Wayfinding, lo chiamano, probabilmente esagerando con il marketing. Ma resta una buona idea, ed è a disposizione di tutti.